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L’appello Simspe-Simit: «Subito i Lea nelle carceri»

carcere

Necessario un nuovo approccio per la sanità nelle carceri: solo 1 detenuto su 3 non è malato. 1 su 2 è ignaro della propria patologia. In aumento la tubercolosi. Gravi i dati su Hiv e Hcv. «Un detenuto su tre è affetto da Epatite C e il problema sarebbe oggi risolvibile», afferma Babudieri (Università di Sassari e Direttore Scientifico Simspe).

I Livelli Essenziali di Assistenza, ossia le Linee Guida, i limiti minimi che devono essere mantenuti dal Sistema Sanitario Nazionale, dal 2017 sono entrati a far parte dell’ambito penitenziario. «È un punto di svolta perché fino ad oggi la sanità penitenziaria è stata attendista, mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute», dichiara Sergio Babudieri Direttore delle Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Sassari e Direttore Scientifico di Simspe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria. Ma per il momento si tratta di un atto formale più che pratico: «Nonostante l’importanza del provvedimento» sottolinea Babudieri «occorre trovare le giuste modalità, sia a livello centrale che regionale, affinché l’organizzazione venga modificata e lo screening nelle carceri venga attivato il prima possibile». La condizione dei detenuti impone infatti tempi rapidi: solo 1 su 3 non presenta alcuna patologia, nonostante si tratti di una popolazione molto giovane rispetto alla media; la metà dei malati è ignara della propria patologia, o comunque non la dichiara ai servizi sanitari penitenziari. Questi alcuni dei preoccupanti dati presentati a Roma al Congresso della Simspe , patrocinato dalla Simit– Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. «Abbiamo scelto questo tema, significativo poiché denso di contenuti, per approfondire una riflessione ormai quasi decennale sugli effetti concreti del transito dei servizi sanitari penitenziari al Sistema Sanitario Nazionale», afferma Luciano Lucanìa Presidente Simspe 2016-18. «Si chiede una sanità adeguata a un bisogno di salute diverso. in qualità e quantità. Serve maggiore attenzione ai problemi legati all’intrinseca vulnerabilità sociale che certamente ampia parte dei detenuti presenta, occorrono buone prassi di informazione sulle maggiori patologie infettive. Fondamentale la cura e la garanzia di un diritto costituzionale. Auspicabile lo sviluppo dei reparti ospedalieri per detenuti con una diffusione almeno regionale, così da poter garantire assistenza ospedaliera in maniera più adeguata». “Nel corso del 2016” riferisce la Simspe “sono transitate all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani oltre centomila detenuti. Gli stranieri detenuti sono oggi il 34% dei presenti e la detenzione è un’occasione unica per quantificare il loro stato di salute, dal momento che in libertà sono difficilmente valutabili dal punto di vista sanitario. La loro età media è più giovane rispetto agli italiani ed oltre la metà è portatrice latente di Tubercolosi. Molto diffuse anche le patologie psichiatriche, ed alcune fra le più gravi, quale la schizofrenia, appaiono  notevolmente sottostimate, con appena uno 0,6% affetto da questa patologia, che rappresenta in realtà solo i pazienti detenuti con sintomi conclamati e facilmente diagnosticabili. Notevolmente maggiore è la massa di  coloro che hanno manifestazioni meno evidenti ed uguale bisogno di diagnosi e terapia e non vengono spesso valutati. Ma i dati più preoccupanti provengono dalle malattie infettive. Si stima che gli HIV positivi siano circa 5.000, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell’epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all’anno. Proprio l’epatite C costituisce un esempio emblematico dei benefici che si potrebbero trarre dai nuovi LEA: dall’1 giugno, infatti, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi eradicanti il virus dell’epatite C a tutte le persone che ne sono affette. Quindi una massa critica di oltre 30mila persone che annualmente passa negli istituti penitenziari italiani, potrebbe usufruire di queste cure per per guarire dall’HCV, ma anche per non contagiare altri nel momento in cui torna in libertà”. «È una sfida impegnativa» prosegue Babudieri  «si tratta di un quantitativo ingente di individui, soggetti peraltro a un continuo turn-over e talvolta restii a controlli e terapie. Un lavoro enorme, di competenza della salute pubblica: senza un’organizzazione adeguata. Pur avendo i farmaci a disposizione, si rischia di non riuscire a curare questi pazienti. La presa in carico di ogni persona che entra in carcere deve dunque avvenire non nel momento in cui questi dichiara di star male, ma dal primo istante in cui viene monitorato al suo ingresso nella struttura. Questa nuova concezione dei LEA significa che lo Stato riconosce che anche nelle carceri è necessaria un certo tipo di assistenza. Fino al 2016 non c’era alcuna regola: questa segnale può essere un grande progresso».

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