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Donazioni tecnologiche ai paesi in via di sviluppo: le Linee guida dell’Aiic

linee guida

Dispositivi e tecnologie healthcare in Africa arrivano per l’80% dalle donazioni. Ecco le condizioni per una donazione efficace, duratura e utile.

Non bastano la buona volontà e le migliori intenzioni: la donazione di tecnologie biomedicali ai Paesi poveri, per essere efficace, deve essere trasparente, sostenibile nel medio-lungo periodo, ben gestita. In pratica: è inutile regalare una tac se poi non c’è l‘energia elettrica sufficiente per farla funzionare. Con la presentazione – avvenuta durante il recente XVIII Convegno nazionale – delle Linee guida sulla donazione di tecnologie mediche in Paesi in Via di Sviluppo, l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici ha voluto così avviare nuovi percorsi concreti di salute. «Dal 40 al 70% dei dispositivi donati», ha spiegato Antonietta Perrone, tra gli autori delle Linee guida di Aiic e coordinatrice della specifica area di attività in seno all’Associazione, «purtroppo non è utilizzabile: è guasto o è in contesti infrastrutturali carenti o inadeguati. Donare un dispositivo inefficiente diventa un problema e uno spreco, che invece che contribuire ad un miglioramento delle attività assistenziali va poi a finire in discariche a cielo aperto». Eppure le strumentazioni dismesse, ma ancora efficienti, potrebbero fare la differenza soprattutto nei paesi africani dove il personale medico è solo al 3% e la copertura sanitaria statale arriva al 4% della popolazione. «In Etiopia», ha portato come esempio Perrone, «una recente forma di partenariato pubblico-privato, ha dato vita a un servizio che, grazie all’impiego di alcuni ecografi in gravidanza, ha aiutato a ridurre la mortalità post partum: per fortuna esempi di questo tipo sono tantissimi». Una donna di trent’anni, in questi paesi può aver già partorito anche dieci figli. La perdita di elasticità dell’utero espone queste mamme a un elevato rischio di emorragia mortale, dopo il parto. «L’ecografia prenatale è in queste aree l’occasione di fare prevenzione individuando le donne a rischio e di fare formazione per la partoriente e le ostetriche, altrimenti in balia di santoni locali, impreparati per simili situazioni», ha continuato l’ingegnere. L’Aiic ha effettuato una stima: i dispositivi e le apparecchiature a tecnologia avanzata presenti nei paesi in via di sviluppo arrivano per l’80% dalle donazioni. «Oltre il 50% della tecnologia medica che viene dismessa a livello ospedaliero potrebbe essere donata con dei vantaggi sia economici,  sia ambientali», ha detto Francesco Ribolzi dell’associazione BiomAID Onlus. A fronte infatti di una manutenzione del dispositivo, spesso sostenuta da enti terzi come le onlus, l’ospedale eviterebbe costi di stoccaggio e smaltimento. «Ogni mille euro investiti in donazione si generano 7.800 euro di introiti nel Paesi in via di sviluppo e 1.300 euro di risparmi per l’ospedale», ha osservato Maria Teresa Baldini che si è occupata di questi aspetti per Regione Lombardia.In assenza di procedure e regole precise però, tutte queste opportunità a volte diventano uno spreco. Ecco allora il senso delle Linee guida messe a punto dall’Aiic come strumento per far dialogare donatore e ricevente e rendere utile ed efficace ogni singola attività di donazione. «Queste prime Linee guida» osserva Antonietta Perone, «mettono in fila i passaggi principali che si devono compiere per essere di aiuto e non creare più problemi». Nelle best practices Aiic è prevista una fase di pre-donazione che comprende una serie di verifiche che coinvolgono donatori e riceventi nell’individuare le esigenze di salute e le capacità tecnico-infrastrutturali locali, visto che è «iutile avere dieci elettrobisturi e nessun saturimetro», ha spiegato Perrone esemplificando il problema. Passo successivo: la strumentazione dismessa nei Paesi occidentali, per essere donata deve essere valutata non solo per il corretto funzionamento, ma anche in base alla presenza di ambienti adeguati dove essere posta, disponibilità di risorse energetiche e reperibilità in loco di pezzi di ricambio. Un aspetto fondamentale rilevato dalle Linee guida è poi la formazione del personale: “Invece di dieci mammografi che nessuno sa usare, meglio donarne cinque e prevedere la presenza di formatore medico e un manutentore sul campo per un periodo adeguato”, ha osservato l’esperta dell’Aiic, che ha inoltre sottolineato l’importanza di un follow up, cioè di una verifica del risultato ottenuto con i dispositivi tecnologici implementati, per ottimizzare e adeguare la donazione alle necessità della popolazione. «Le linee guida Aiic sono un inizio, un primo passo verso un affronto consapevole, corretto ed efficace di queste tematiche», ha concluso Antonietta Perrone.

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