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Covid-19 e salute mentale, Psichiatri: Pazienti con disturbi mentali e operatori vanno tutelati. Rischio ‘polveriera’ come Rsa

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Preoccupa contagio del personale nei casi di Tso e pazienti poco collaborativi. Servono le stesse protezioni del 118. Appello della Società Italiana di Psichiatria (Sip), con il sostegno della Società Europea di Psichiatria (Epa), alle Regioni per approvare con urgenza direttive chiare e specifiche per i servizi di salute mentale.

L’emergenza determinata dalla pandemia Covid-19, ha pesanti effetti sulla vita di tutti ma ancora più gravi per le persone con sofferenza mentale, come anche per anziani e disabili. Proprio in questi giorni è stata diffusa dall’OMS la guida “Covid-19”, che indica tra i servizi essenziali da garantire quelli per la salute mentale, che riguardano ogni anno in Italia circa 900 mila persone. “La tutela della salute mentale deve diventare tra gli obiettivi cruciali della strategia per contenere la diffusione del virus ed evitare che la situazione diventi una ‘polveriera’ come nelle RSA – affermano Enrico Zanalda e Massimo Di Giannantonio, rispettivamente presidente SIP e presidente eletto SIP –. Non disponiamo di stime sul rischio di infezione per i pazienti psichiatrici, tuttavia l’elevata frequenza di malattie respiratorie per alti livelli di tabagismo e la permanenza protratta in contesti residenziali, fa ragionevolmente presumere un elevato rischio di contagio. Purtroppo, le importanti misure disposte dalle Regioni per fronteggiare l’emergenza sanitaria non sempre tengono conto della salute mentale e della sicurezza di pazienti e operatori sanitari, da tempo carenti. Per questo riteniamo necessario che le Regioni, d’intesa con il Governo (Ministero della Salute o Istituto Superiore di Sanità), emanino direttive univoche e valide su tutto il territorio nazionale per definire percorsi di accesso alle cure dei pazienti Covid-19 positivi e per assicurare adeguati dispositivi di protezione agli operatori”. A chiederlo è la Società Italiana di Psichiatria, con il sostegno della Società Europea di Psichiatria, che lancia un appello alle Regioni affinché impartiscano direttive omogenee e specifiche per i servizi di salute mentale, accogliendo le indicazioni delle società scientifiche più accreditate, a tutela di chi ha disturbi mentali, e degli operatori che li assistono. “Per contrastare il rischio di creare nuovi focolai di contagio – spiega Enrico Zanalda– è necessario che i ricoveri dovuti a Covid-19 di pazienti con disturbi mentali avvengano nei reparti ordinari, come per tutti i cittadini, con il sostegno del personale dei servizi di salute mentale, impedendo ogni forma di discriminazione. Oppure, come già avvenuto in Lombardia, vanno realizzate aree o stanze COVID separate, nei reparti di psichiatria, e nelle residenze assistenziali come nelle RSA per anziani. Bisogna tener presente – aggiunge – che i pazienti con sofferenza psichica, disabilità e malattie a lungo decorso, hanno bisogno di un’assistenza specialistica maggiore di quella di un qualsiasi malato cronico”. “Ciò è particolarmente vero per tutti quei pazienti che non hanno sufficiente compenso psicopatologico e che non sono collaborativi, come nel caso dei TSO – precisa Massimo Di Giannantonio –. Ricoverarli in un reparto COVID ordinario, senza il supporto di una specifica assistenza, vuol dire mettere a rischio la loro salute e quella degli altri. Altrettanto impossibile pensare che possano essere gestiti in strutture ospedaliere o residenziali senza aree dedicate o camere isolate”. Gli psichiatri italiani chiedono anche una particolare tutela per la sicurezza di tutti gli operatori e in particolare del personale dei servizi territoriali che svolge attività di emergenza/urgenza, inclusi gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori (TSO), che sono 8 mila ogni anno, da 20 a 30 al giorno, facendo in modo che vengano dotati del massimo livello consentito di dispositivi di protezione individuali come camici impermeabili monouso, maschere FFP2, occhiali, sovrascarpe e guanti.  “I loro interventi – sottolineano gli esperti – sono da considerare ad alto rischio, alla stregua degli operatori del pronto soccorso e del 118, in quanto assistono persone in stato di agitazione o non controllati in ambienti non protetti, in cui è possibile un contatto diretto con il paziente. Non dimentichiamo che in molti casi non si tratta di pazienti psichiatrici ma anche di casi associati all’uso di sostanze stupefacenti o all’abuso di alcol: tutte situazioni di alta reattività emotiva all’ambiente, come ad esempio aggressioni fisiche prolungate e sputi”. Altra questione fondamentale riguarda la continuità assistenziale per garantire in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, il massimo dell’assistenza possibile con l’esigenza della sicurezza delle cure. Nelle ultime settimane la necessità di evitare ulteriori contagi ha modificato in modo rilevante la presa in carico dei pazienti, comportando la riorganizzazione dei servizi di salute mentale. “Garantiti farmaci e interventi di emergenza, ricoveri e TSO – concludono Zanalda e Di Giannantonio – i servizi per la salute mentale hanno sospeso le attività ordinarie, mettendo in campo nuove modalità per mantenere i contatti e monitorare e sorvegliare l’andamento clinico dei pazienti, grazie all’uso di sistemi digitali audio e video. Servono però disposizioni ulteriori per chiarire quali tipologie di attività alternative devono restare aperte e come, assicurando la sicurezza dei pazienti e degli operatori e garantendo l’utilizzo di servizi digitali audio-video, dal telefono a Skype a Whatsapp. Sarà anche un’occasione per strutturare questo tipo di servizi per il futuro, terminata l’emergenza”.

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