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Piede diabetico: fondamentale il ruolo del Podologo

mauro montesi
di Mauro Montesi*

L’istituzione di Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) sul diabete, oltre che l’importanza del ruolo delle Regioni nella programmazione assistenziale, di cui si parla nella newsletter del 4 novembre di Panorama della Sanità, meritano alcune considerazioni sul ruolo del podologo in presenza della complicanza del piede diabetico che, come è noto, colpisce il 25% dei soggetti affetti da diabete mellito. L’obiettivo è ovviamente di ridurre le amputazioni con interventi mirati sia in termini di prevenzione che in termini di cura e trattamento delle ulcere, naturalmente di quelle meno gravi, evitando così il ricovero ospedaliero. Secondo i dati rilevati dal Ministero della Salute nell’anno 2012 (ultimi dati disponibili) sono state registrate ben 7.646 amputazioni maggiori e minori, con 134.472 giornate di degenza per una degenza media di 17,6 giorni per paziente. Impressionante, poi, la distribuzione delle amputazioni per tipo di intervento: se in numero maggiore si contano quelle relative alle dita dei piedi (3782), ancora sorprendentemente elevate sono le amputazioni più invalidanti, in particolare quelle al di sopra del ginocchio (ben 1295) e quelle a livello del piede (1641). Per far fronte a tale drammatica situazione, il Piano Nazionale della Malattia Diabetica del Ministero della Salute aveva fatto esplicito riferimento al “podologo, considerata la specificità della complicanza del piede diabetico”. Proprio al fine di ridurre il numero delle amputazioni, l’Associazione Italiana Podologi (AIP) ha messo a punto un Progetto di Assistenza specifico per il Paziente Diabetico che sul piano operativo prevede pochi ma qualificati interventi, integrati fra di loro e, in ogni caso, a costi assolutamente contenuti. Il fulcro del progetto è garantire l’assistenza podologica adeguata a fini terapeutici ma soprattutto preventivi per i soggetti a rischio, attraverso la costruzione di una rete assistenziale territoriale che si fondi sulla collaborazione con il Medico di Medicina Generale ed il Diabetologo. Per attuare questo programma di prevenzione sarebbe sufficiente: inserire nei LEA i trattamenti podologici relativi al piede diabetico; prevedere nelle strutture sanitarie l’assistenza podologica; favorire la creazione di team multidisciplinari che comprendano il podologo, ad esempio all’interno di contesti già predisposti come le Case della Salute; accreditare gli studi podologici presso il SSN. Il Progetto AIP, garantendo periodici controlli e trattamento delle lesioni cutanee nei soggetti a rischio, porterebbe ad una drastica riduzione del numero delle amputazioni, fino al 60%, contribuendo allo stesso tempo a realizzare un consistente risparmio in termini di spesa sanitaria connesso all’aver evitato un’amputazione e i costi annessi. E tutto ciò senza dimenticare il valore inestimabile derivante dal garantire la conservazione dell’arto del paziente, preservandone l’autonomia e la qualità della vita.Si può ben comprendere come non sia certo agevole prendere provvedimenti operativi nel breve periodo, ma d’altra parte sorprende che a due anni dal Piano Nazionale sulla Malattia Diabetica e, nonostante le pressanti e continue sollecitazioni provenienti dalla professione podologica, neppure si sia dato inizio agli adempimenti previsti dalla strategia proposta. Ancora una volta, quindi, è utile richiamare l’attenzione degli Organi preposti sul fatto che si tratta di misure non più procrastinabili, anche perché il numero dei pazienti diabetici, come è noto, è destinato a salire progressivamente fino a raggiungere i 5 milioni nel 2025. E con esso, purtroppo, anche il numero degli amputati.

* Presidente Associazione Italiana Podologi, Aip

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