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Le competenze avanzate e specialistiche e le scelte di riforma del Sistema Socio-Sanitario lombardo: la professione infermieristica a una svolta?

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Muttillo (Presidente Collegio Ipasvi Milano-Lodi-Monza e Brianza): «Il nostro impegno corale è per un welfare dei servizi locali e di un servizio sanitario pubblico in grado di assicurare inclusione sociale, diritti esigibili, valutazione degli esiti e responsabilità condivise tra i professionisti».

Un divario fra competenze e riconoscimento: è questo il dato allarmante che è emerso nel corso del convegno organizzato dal Collegio Ipasvi Milano-Lodi-Monza e Brianza “Competenze avanzate-specialistiche Vs demansionamento: quali innovazioni per la professione infermieristica?” che si è svolto ieri presso l’Ospedale Niguarda di Milano con la partecipazione di oltre 300 professionisti. «Un aspetto particolarmente critico – commenta il presidente del Collegio Giovanni Muttillo – è rappresentato dal comma 566 dell’articolo 1 della legge di stabilità 2015. Si tratta di una norma molto controversa sul piano giuridico; le incognite sono tante, con profonde ripercussioni nell’operato quotidiano di molti colleghi. Nel corso della giornata ne abbiamo analizzato l’impatto, con il contributo di autorevoli esperti che hanno illustrato rischi e minacce». Primo fra tutti il demansionamento. «Si tratta – commenta Luca Benci, Giurista delle professioni sanitarie e biodiritto – di un demansionamento “latente” dovuto al fatto che il Jobs act per la prima volta dopo molti anni prevede che il professionista operante in ambito pubblico possa essere adibito a mansioni inferiori. La chiave di lettura della norma è una fortissima flessibilità, ma i rischi sono più che evidenti e concreti. Mi riferisco alla fungibilità del professionista e alla possibilità di molteplici interpretazioni e quindi applicazioni della norma, in quanto il contesto si presenta scivoloso. A mio avviso, citando numerose e recenti sentenze, considerato che le norme cominciano a essere in contraddizione, sarebbe opportuno ideare e concepire un Testo Unico delle professioni sanitarie per superare questa fase di incertezza. Inoltre, di pari passo, andrebbe riorganizzato il lavoro nei contesti socio-sanitari». «In tal senso – aggiunge Danilo Massai, presidente del Collegio Ipasvi di Firenze – per non restare tagliati fuori dal contesto europeo è necessario partire dalle competenze, ossia chiedersi: nei contesti organizzativi quali possono essere gli interventi atti a supportare il cambiamento? Un esempio per tutti: dai dati Isfol (ente pubblico nazionale di ricerca) e dall’accordo di Lisbona emerge come il 78% degli operatori del settore della salute e dei servizi sociali sia donna. Le organizzazioni andrebbero modulate considerando questo aspetto; ma ciò non accade. Ancora oggi l’Istat classifica la professione infermieristica tra le professioni tecniche. Da anni si aspettava un intervento da parte della Federazione nazionale per correggere questi presupposti su cui si fonda il ruolo della nostra professione. Auspico che la Federazione nazionale voglia rivedere le competenze e i percorsi dei tirocini che debbono essere accreditati anche secondo le tassonomie dell’European Qualification Framework. Dal punto di vista della formazione, ragionare per competenze significa dare modo agli studenti di orientarsi durante il percorso formativo e sviluppare, davvero, competenze specifiche riconosciute». L’esperienza dell’Azienda Ospedaliera di Melegnano è un esempio: «Dal 2008 – illustra Pietro Antonio Zerla, infermiere – abbiamo attivato un percorso formativo sui PICC che si è tradotto in un atto deliberativo aziendale con cui sono state riconosciute le competenze infermieristiche. Abbiamo inserito più di 4.500 dispositivi e facciamo consulenza e formazione negli altri presidi aziendali».
Un altro punto saliente della norma è dato poi dalla chiusura del comma: “Dall’attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. «Questo comma – aggiunge Giovanni Muttillo –, che per qualcuno è un cavallo di battaglia, sta alimentando perplessità e contraddizioni che se da un lato dovrebbero comportare una vera e propria revisione della formazione, dall’altro lato ci pongono di fronte alla questione dell’invarianza di bilancio perché non devono derivare oneri economici. Un controsenso e un palese sfruttamento/demansionamento, perché è come dire: migliori le tue competenze, ma non vieni riconosciuto. Questo limita anche le parti sociali e i sindacati nel tentativo di rilanciare temi di contrattazione».  Il trend, infatti, ormai da qualche anno è uno soltanto: tagli costanti. «La strada a questo punto – aggiunge Marcello Bozzi, Infermiere dirigente delle professioni sanitarie, Asl di Pescara – è abbastanza chiara: dall’analisi dei bisogni di salute e dei dati epidemiologici si evince la necessità di potenziare il territorio con figure dedicate. Sicuramente l’infermiere di famiglia o di comunità rappresenta una risorsa strategica sul territorio e apre la porta a nuovi spazi occupazionali. Inoltre andrebbero fatti degli interventi di implementazione delle dotazioni organiche. Finora in Sanità sono stati eseguiti solo tagli, senza misurarne l’entità e l’impatto sulla popolazione. Capiamo come questo rappresenti un controsenso rispetto alla mission della nostra professione: rispondere ai bisogni di salute espressi dalla popolazione».
«Da una ricerca Cerismas dell’Università Cattolica – commenta Muttillo – emerge come le nostre competenze siano evolute e come i nuovi ruoli organizzativi ci consentano di ridisegnare le relazioni con gli altri professionisti. Abbiamo infermieri “facilitatori” dei processi organizzativi, “coordinatori” per la gestione delle risorse umane, “specialisti” in ambito clinico per l’assistenza ospedaliera, ma anche per quella territoriale, con una forte propensione alla multidisciplinarità. Se gli infermieri assumeranno appieno questi ruoli, potremo dare al management un contributo efficace e immediato. E potremo inoltre ridisegnare le relazioni con gli altri professionisti, in particolare con i medici, sia in ospedale che sul territorio. È una strada che vogliamo intraprendere, anche perché il cambiamento richiede una coevoluzione delle professioni, cosicché ciascuno possa recuperare la dimensione professionale del proprio lavoro».
Nella tavola rotonda, in cui il Collegio lancia la proposta di un laboratorio aperto ai temi della salute e del benessere, Antonella Gulisano, figlia di un malato di Parkinson, illustra come non sempre sia possibile rispondere con immediatezza ai bisogni di salute: «I percorsi socio-sanitari da intraprendere non vengono comunicati con chiarezza, ci si deve muovere in un ginepraio: mio padre è seguito da un geriatra, un neurologo e un ambulatorio per stomizzati e fa capo, quindi, a tre ospedali diversi. Inoltre è supportato dall’Asl e dall’Adi. Abbiamo poi un fisioterapista e un logopedista e contatti con lo Sportello badanti e l’Auser. La famiglia si deve fare carico di oltre duemila euro mensili solo per le spese. La domanda che sorge spontanea è la seguente: non esistono risorse dedicate e una figura con competenze manageriali che possa coordinare tutti i processi e le esigenze?».
L’infermiere di famiglia o di comunità potrebbe rappresentare una risposta in tal senso, «anche se – aggiunge Carlo Roberto Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri Milano – in teoria questo ruolo dovrebbe già essere svolto dal medico di medicina generale, che dovrebbe in qualche modo fungere da “regista” dell’assistenza, senza prescindere, comunque, dalla collaborazione stretta con l’infermiere». Perché è vero, «al momento – afferma Carlo Borghetti, componente della Commissione III Sanità Regione Lombardia Pd – non c’è un’effettiva continuità. È importante che la scelta del cittadino sia libera, ma la continuità va garantita. E quindi le risorse devono necessariamente essere redistribuite per l’ottimizzazione dei servizi».
Questo in quanto «La figura dell’infermiere – aggiunge Dario Violi, Componente della Commissione III Sanità Regione Lombardia, M5S – dovrebbe essere centrale nell’assistenza territoriale. Con l’Adi sarebbe possibile abbattere i costi fino al 45%, a beneficio di tutti. In altre parole, valorizzando l’infermiere di famiglia o di comunità, così come dalla nostra Proposta di Legge 143 del 24 febbraio 2014, potremmo offrire una migliore assistenza sul territorio, a costi inferiori, con professionisti riconosciuti».
Urge quindi una riforma sostanziale del sistema: «Il vecchio modello – commenta Fabio Altitonante, Componente della Commissione III Sanità Regione Lombardia, FI – è ormai sorpassato: oggi il trenta per cento dei malati cronici assorbe il settanta per cento delle risorse. E i pronto soccorso sono aggrediti per il 20% degli accessi dai codici bianchi. È un circolo vizioso, che vorremmo superare integrando il sistema dell’ospedale con il territorio. Siamo per un modello di grandi ospedali specializzati e riconversione dei piccoli, perché specializzazione vuol dire maggiori garanzie per il cittadino. In questo sistema integrato un ruolo fondamentale spetta all’infermiere».
Che potrebbe superare le logiche di separatezza attuali: «Riscontriamo una sorta di stortura del sistema – commenta Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia, Partito Democratico della Lombardia – per cui spesso non è il servizio socio-sanitario a ruotare intorno al paziente, ma è il paziente che deve chiedere sostegno alle strutture. Il problema non è quindi una questione di risorse, ma di come vengono governate, dalla programmazione al controllo, in un sistema che li separa anche come assessorati. Pensare a una riforma del sistema significa andare incontro in modo diverso ai bisogni della persona; ed è possibile anche senza costi aggiuntivi».
Emilia Grazia De Biasi, Senatrice, presidente della 12° Commissione Igiene e Sanità del Senato afferma: «Abbiamo un’idea della salute che non è più “ospedalocentrica”, ma che al contrario va verso i bisogni di salute della popolazione. Le venti centralità regionali dovrebbero convergere verso un unico centro, visto che il rischio è dimettere in discussione l’articolo 3 della nostra Costituzione, a favore di una sanità più equa e vicina ai cittadini, e un Servizio sanitario nazionale che deve continuare a essere universale. Siamo per la difesa del Servizio Sanitario pubblico. Non dobbiamo scivolare verso un’idea di sanità integrata che penalizza cittadini e professionisti. Il DDL 1324 in questa diciassettesima legislatura è bloccato alla Commissione bilancio da novembre».
«Fra quindici anni – illustra Mario Mantovani, Assessore alla Sanità Regione Lombardia – le persone con più di sessantacinque anni saranno più di tre milioni mentre gli over ottanta più di un milione. Dobbiamo cambiare paradigma e pensare a un ospedale aperto al territorio: dobbiamo passare da una sanità di attesa a una sanità di iniziativa, dove siamo noi operatori a prevedere i bisogni e i problemi. Questo significa curare la persona in modo globale, personalizzare i piani di cura e richiedere un ruolo attivo del paziente. Sostanzialmente, passare dal “to cure” al “to care”. È quindi giocoforza rivedere il ruolo della professione infermieristica, dei MMG e in generale di tutte le professioni sanitarie. La funzione manageriale e di coordinamento di tutte le figure coinvolte sul territorio può essere svolta dall’infermiere di famiglia. Sono disponibile ad accogliere la richiesta del presidente Muttillo di istituire un osservatorio delle professioni sanitarie e aprire un tavolo di confronto con la direzione generale sanità per valutare, unitamente alle forze sindacali, la metodologia per la determinazione del fabbisogno del personale sanitario dell’area della dirigenza e del comparto».
«È necessario – afferma Cristina Scala consigliere del Collegio Ipasvi Mi-Lo-MB – ridisegnare un nuovo assetto del servizio socio-sanitario regionale coerente con gli obiettivi di salute con nuovi strumenti e metodi, per un’efficace organizzazione della rete dei servizi territoriali, per una vera salvaguardia del patrimonio di salute della popolazione e di una gestione delle cronicità appropriata realizzata per tutte le fasce di età».
Muttillo conclude riprendendo la necessità di sviluppare una partecipazione attiva dei cittadini alla vita sociale, culturale e civile nel suo insieme, riallacciandosi alla testimonianza di Gulisano volta alla tutela delle persone fragili e più vulnerabili. «Il nostro impegno corale è per un welfare dei servizi locali e di un servizio sanitario pubblico in grado di assicurare inclusione sociale, diritti esigibili, valutazione degli esiti e responsabilità condivise tra i professionisti».

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