-

Al via il X Congresso Nazionale FIMP “1000 Giorni (Più)”

fimp20161

Le basi per una vita sana vanno gettate già prima della nascita e nei primi anni del bambino. I cosiddetti “primi 1000 giorni”, finestra temporale che va dal concepimento ai primi 24 mesi, offrono un’opportunità unica per prevenire malattie croniche. Le condizioni di vita in utero e nei primi due anni sono ampiamente correlate con l’epidemia di malattie croniche non infettive che colpisce tutto il mondo. Parliamo in particolare di obesità, diabete, ipertensione, malattie del cuore. Ma il periodo perinatale influenza anche il rischio di allergie, i disturbi dello spettro autistico, patologie neurologiche ed endocrine. “1000 Giorni (Più)” è il titolo del Congresso Nazionale della FIMP, ospitato al Centro Congressi di Pisa fino al 1 ottobre. «In questa ristretta finestra temporale – spiega Giampietro Chiamenti, Presidente della FIMP – si potrebbero realizzare una serie di interventi in grado di influenzare la qualità della salute futura intervenendo sullo sviluppo e sul potenziale cognitivo. Ciò che accade durante la gravidanza e durante questi primi anni sensibili avrà effetti a breve e lungo termine». FIMP ha deciso di dedicare particolare attenzione a questi temi. «Sappiamo che lo sviluppo del bambino – ricorda Giuseppe Di Mauro, Segretario alle Attività scientifiche di FIMP –  non è determinato solo dal suo DNA, ma anche da una complessa interazione del patrimonio genetico con l’ambiente. I pediatri della FIMP sono parte integrante della Human Early life Prevention, la Consensus HELP su prevenzione precoce delle malattie non trasmissibili e promozione di un corretto sviluppo neurocognitivo, promossa dalla SIPPS in collaborazione con la FIMP». I fattori che possono influenzare l’andamento dei “primi 1000 giorni”, con effetti a lungo termine sulla salute, sono diversi. Oltre a quelli genetici, grande importanza rivestono quelli ambientali, indotti da nostri comportamenti, come i cattivi stili di vita alimentari, l’esposizione al fumo di sigaretta e all’alcol; o derivanti dai luoghi in cui viviamo, come nel caso delle sostanze inquinanti (diossine, pesticidi o interferenti endocrini, sostanze che interferiscono con il sistema endocrino). È qui che si colloca l’epigenetica, la scienza che studia i meccanismi che regolano l’attivazione dei nostri geni e le modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica pur non alterando la sequenza del nostro DNA. Secondo Ernesto Burgio, pediatra componente di FIMP Ambiente, dell’ECERI-European cancer and Environment Research Institute (Bruxelles) e di ISDE-International Society of Doctors for Environment, occorre focalizzare l’attenzione su tre concetti chiave, strettamente interconnessi: “transizione epidemiologica”; “rivoluzione epigenetica”; “trasformazione nel ruolo del medico” e in particolare del pediatra. «Con ‘transizione epidemiologica’ – spiega Burgio – intendiamo riferirci non soltanto all’aumento drammatico, ma anche l’anticipazione dell’età di esordio di moltissime malattie cronico-degenerative, infiammatorie, tumorali. Appare evidente che una simile, rapidissima trasformazione epidemiologica, che ha colpito negli ultimi decenni il Nord del mondo e che sta dilagando, adesso, anche nel Sud del pianeta, non può avere origini puramente genetiche: nel senso, quantomeno, che la sequenza-base del DNA non muta così rapidamente”. Da qui il secondo concetto di “rivoluzione epigenetica”. Nel genoma umano è contenuto soltanto un programma potenziale e le informazioni provenienti dall’ambiente (fin qui enormemente sottovalutato: basti pensare che nella formazione del medico, incredibilmente, l’ambiente e, in particolare l’inquinamento non sono praticamente considerati!) sono fondamentali nel “marcare” il software del DNA, cioè l’epigenoma, modificandone l’espressione e, nella prima fase della vita (nell’embrione e nel feto) persino la programmazione. “In questo senso – prosegue Burgio – è possibile dire che ogni modifica del nostro fenotipo, tanto fisiologica che patologica, è indotta dall’ambiente, modulata dall’epigenoma, condizionata dal genoma: una vera rivoluzione scientifica, insomma, che ha spostato l’attenzione dei ricercatori dal DNA al suo software epigenetico». A questo punto è facile come sia necessaria, prossima, inevitabile e urgente la “trasformazione del ruolo del medico” e in particolare del pediatra, ma anche del ginecologo, del neonatologo e del neuropsichiatra infantile. «Se è vero, come sembra ormai accertato, che la transizione epidemiologica in atto è essenzialmente il portato di una esposizione sempre più collettiva e precoce (materno-fetale e gametica: transplacentare e addirittura transgenerazionale) ad agenti e sostanze epigenotossiche, mutagene, pro-cancerogene (contenute in particolare nel sangue cordonale e nella placenta) e di una vera e propria ‘s-programmazione epigenetica fetale’, conseguente ai tentativi del feto di rispondere in modo reattivo-adattativo alle informazioni provenienti dall’ambiente attraverso la madre (fetal programming), è evidente – conclude Burgio – che soltanto la riduzione di questo carico chimico di inquinanti e di altri fattori in grado di disturbare lo sviluppo embrio-fetale potrà consentirci di fermare la transizione epidemiologica in atto». «In armonia con queste problematiche la FIMP ha dato il via a un progetto di formazione sui temi dell’ambiente – precisa Graziella Sapia, Responsabile dell’Ambiente di FIMP – per i Pediatri di Famiglia Italiani in modo da sensibilizzarli e stimolarli ad un ruolo sempre più attivo a tutela dell’infanzia e adolescenza con interventi mirati sui bambini e sui genitori di educazione e prevenzione». Si parla tanto da qualche anno in tutto il mondo e finalmente anche in Italia dei “primi 1000 giorni”, di epigenetica e di strategie di prevenzione primaria. Ed è in questo senso che il ruolo del pediatra e in particolare del pediatra di famiglia, unico che può garantire un accurato e competente follow-up dei bambini e delle famiglie, sarà sempre più importante.

Print Friendly, PDF & Email