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Emergenza Covid-19, Riduzione delle attività di routine per oltre il 20% delle unità oncologiche

medico ospedale

La ricerca condotta da Cipomo (Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri) sul territorio nazionale per valutare la realtà delle unità di oncologia medica italiane durante la pandemia.

Durante l’attuale emergenza legata alla diffusione dell’infezione da nuovo coronavirus (Covid-19), nasce l’iniziativa di condurre un’indagine su territorio nazionale per valutare la realtà delle unità di oncologia medica italiane durante la pandemia. L’indagine, promossa dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo), ha l’obiettivo di valutare l’impatto della pandemia sull’attività clinica delle unità di oncologia medica. “La garanzia della prosecuzione della cura – sostiene il Collegio – è basilare in questa situazione di emergenza, in modo da poter proseguire i trattamenti oncologici senza compromettere l’efficacia degli stessi, salvaguardando allo stesso tempo i pazienti e i medici dal rischio infettivo. L’indagine è stata condotta online dal 12 al 15 marzo 2020, periodo che coincide con la diffusione di Covid-19 nel Nord Italia e l’istituzione di decreti nazionali per le misure di contenimento dell’infezione. È stata registrata l’adesione di 122 primari oncologi ospedalieri membri del Cipomo. Dai risultati di questa indagine, pubblicati su European Journal of Cancer, emerge che, unendo le disposizioni interne fornite dalle singole Istituzioni ai successivi decreti nazionali, nonché all’implementazione di efficaci misure individuali, le unità di oncologia medica Italiane hanno prontamente messo in atto misure necessarie all’adeguamento dell’attività clinica alla luce dell’attuale emergenza, con l’obiettivo di proseguire il percorso di cura dei pazienti. Un dato interessante – rileva Cipomo – è che alcune procedure, come il cosiddetto “triage” dei sintomi e dei segni riconducibili a infezione da coronavirus, nonchéla limitazione degli accessi agli accompagnatori e il rinvio di visite non urgenti o modalità di visita alternative (ad esempio telefonica) per i follow-up, sono state attuate dalla maggior parte dei centri italiani ancor prima di ricevere indicazioni precise dal Ministero della Salute o dalle Regioni. Ciò può aver limitato la diffusione del virus nelle unità di oncologia medica già nelle prime fasi dell’epidemia preservando dall’infezione pazienti più fragili rispetto al resto della popolazione a causa della loro malattia, per le cure intraprese e perché spesso anziani.Da notare anche che circa il 70% delle oncologie mediche non ha avuto, o ha avuto solo in minima parte,una riduzione di attività, a dimostrazione che anche nei momenti più “caldi” dell’emergenza Covid-19 i pazienti sono stati assistiti con la massima attenzione,offrendogli sempre le cure migliori e con continuità”. «L’emergenza Covid-19 – afferma Francesco Grossi, coordinatore del Progetto Cipomo – ha indubbiamente modificato il modo di lavorare di noi oncologi, creandoci non pochi problemi organizzativi per gestire in sicurezza i nostri pazienti, spesso con personale medico e infermieristico ridotto per malattia o perché entrato in turni di guardia nei reparti Covid, ma, nonostante tutto, siamo riusciti comunque, in maniera omogenea in tutto il Paese, a mantenere alti gli standard di assistenza oncologica».

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