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Una medicina per gli anziani

anziani

La mancanza di un modello della cura lascia spazio a ogni tipo di interferenza, che rischia di inquinare le decisioni che andranno prese partendo da solide basi cliniche.

di Marco Trabucchi*

Gli anziani hanno affrontato una prova difficilissima: molti sono morti, in alcuni casi sono stati trascurati, qualcuno ha teorizzato che non dovevano ingombrare la collettività con la loro presenza. Ora è assolutamente necessario ricostruire attorno a loro un sistema adeguato di servizi, incominciando dalla sanità; non è infatti pensabile di tornare al prima-covid, senza tenerne conto. Ha segnato così profondamente la nostra vita, come professionisti e come donne e uomini, che il dimenticare la pandemia sarebbe un’imposizione a noi stessi, che nel tempo si rivelerebbe drammatica sul piano umano, prima ancora che professionale.

Dal punto di vista clinico, la crisi del Covid ha dimostrato che l’età è di per sé un fattore di rischio di morte, indipendentemente da altre condizioni; queste ultime, peraltro, in particolare la presenza di più patologie, sono fattori che aggravano il rischio. Quindi è chiaro che qualsiasi atto di cura adeguato deve allo stesso tempo indirizzarsi verso la condizione immodificabile (l’età) e verso quanto può rispondere alle terapie. Di conseguenza la cura dei vecchi deve essere duplice: preventiva, per evitare la comparsa di malattia che potrebbe essere molto grave, e curativa, indirizzata verso le patologie concorrenti che possono giovarsi di interventi mirati.

Se questo modello è sostenibile, come ritiene la medicina più avanzata, è molto importante evitare l’esposizione dell’anziano al rischio di infezione. Sono perciò da prendere seriamente in considerazione le misure di separazione, confrontandole, attraverso un’attenta valutazione clinica, con i rischi indotti dalla solitudine, dalla paura dell’abbandono, della riduzione dei contatti diretti, e quindi dall’apparente allentamento degli affetti. La ricerca più recente ha confermato quanto questi aspetti abbiano ricadute non marginali sulla durata stessa della vita e sulla comparsa di malattie; ricadute che devono essere bilanciate con la probabilità di infezione qualora venissero allentate le restrizioni. In questo caso, quindi, dovrebbe essere lasciata la libertà al singolo anziano di decidere per il proprio futuro, senza però nulla nascondere della gravità del pericolo (si tenga presente, a questo proposito, che il rischio di infezione non varia con l’età, e quindi valgono per chi è vecchio le stesse regole di attenzione preventiva degli adulti).

D’altra parte, la medicina ha il dovere di curare le malattie concorrenti (cardiopatie, malattie oncologiche, nefropatie, malattie neurologiche, ecc.) con lo stesso impegno che richiederebbero se avessero colpito una persona più giovane. Infatti, deve prendere in carico attraverso terapie adeguate i danni biologici e clinici, rispetto al benessere e alla  sopravvivenza, causati da queste, una volta che colpiscono una persona molto anziana. Anche se in questo caso, a causa dell’età molto avanzata, si riduce in modo significativo la possibilità di successo delle cure, queste restano un dovere della medicina, che quindi deve agire indipendentemente dall’età dell’ammalato, senza costruire percorsi differenziati.

È necessario incominciare a ragionare di fronte ai problemi posti dalla cura degli anziani; è certamente importante discutere di economia per fare adeguatamente i conti, ma prima ancora dobbiamo definire obiettivi e metodi dell’atto medico rivolto alle persone anziane. Infatti, la mancanza di un modello della cura lascia spazio a ogni tipo di interferenza, che rischia di inquinare le decisioni che andranno prese partendo da solide basi cliniche.

*Presidente Associazione Italiana Psicogeriatria, Aip

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