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Assistenza domiciliare, un’opportunità da non trascurare per il futuro

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È  inutile parlare di umanizzazione della medicina se poi non si cerca di fare tutto quanto è nelle nostre possibilità e nelle possibilità che il progresso tecnico scientifico ci consente.

di Mauro Mattiacci*

C’è un interrogativo che da giorni è piombato sulla scena di quella sanità nazionale in via di sedicente rinnovamento che ci lascia a dir poco perplessi: possibile rinunciare a cuor leggero al potenziamento dell’assistenza domiciliare dopo l’esperienza drammatica vissuta in questi mesi di sofferenza? Lo abbiamo imparato da tempo: ci sono, nella politica delle parole, dei risvolti che sono veramente difficili da capire. Sono anni ormai che viviamo in costante campagna elettorale. Il malvezzo continua a pioverci addosso e sembra non scomporci ormai più di tanto. Sopportiamo tutto. O quasi. Oggi siamo pronti a credere alle promesse di uno Stato che, a causa di tagli inconsulti, si è ritrovato invaso da un virus che ha messo a nudo la fragilità causata dallo scempio fatto della nostra sanità, pubblica o privata che sia. Uno Stato che si dice pronto a rimediare e ad avviare una nuova stagione del Servizio Sanitario Nazionale. Un Servizio tirato a nuovo e dotato nuovamente di una capacità d’intervento in grado di far fronte ad ogni minaccia.  Non avremmo motivo di dubitare delle buone intenzioni se non fosse proprio per quel piccolo primo interrogativo che ci punzecchia: perché non pensare di incentivare l’assistenza domiciliare? Quella che, se ben organizzata e supportata, avrebbe forse contribuito ad alleviare il peso degli ospedali e non avrebbe dovuto fare ricorso alle inadeguate RSA per fronteggiare la covid-19 anche nei casi meno pressanti ma comunque capaci di propagare l’infezione.

Ora spunta la possibilità di sfruttare delle risorse provenienti dalla riduzione dei benefici fiscali concessi alle imprese che producono tabacco riscaldato proprio per migliorare il sistema di assistenza domiciliare. La proposta già lanciata in occasione del Decreto Cura Italia, da Cittadinanzattiva e oltre 70 fra organizzazioni civiche, associazioni di pazienti, federazioni e ordini professionali, società scientifiche e rappresentanti del mondo delle imprese, è tornata quindi nel Decreto Rilancio. Gli emendamenti prevedono la realizzazione di Piani regionali pluriennali per il rafforzamento dell’assistenza domiciliare, finanziati attraverso proprio la revisione del regime fiscale che vige sui prodotti da tabacco riscaldato rispetto alle normali sigarette.

Ora risulta che mentre maggioranza e minoranza siano d’accordo su questa soluzione, chi dovrebbe dare il là all’operazione, l’on. Laura Castelli, vice ministra dell’Economia, non si sia fatta ancora sentire in proposito e dunque tutto resta nel limbo delle belle parole senza un seguito concreto. È lei, infatti, ad avere un ruolo fondamentale e decisivo per indirizzare il ministero dell’economia sugli emendamenti proposti.

Nell’umiltà della nostra ultracinquantenaria esperienza in materia ci permettiamo di unirci al coro di quanti invocano una responsabile presa di posizione in questo senso dall’onorevole Castelli. Per le suddette industrie non ci sarebbe un danno se consideriamo che le aziende che producono tabacco riscaldato in Italia godono di una tassazione sproporzionata ed estremamente vantaggiosa, appena il 25%, rispetto a quanto accade negli altri Paesi dove la tassazione si aggira tra il 60% e il 70%. Nel momento di grave difficoltà che abbiamo appena attraversato, anzi che stiamo ancora attraversando,  abbiamo visto quanto sia importante poter consentire alle persone malate di trovare assistenza adeguata nelle loro abitazioni, nella loro famiglia. E’ inutile parlare di umanizzazione della medicina se poi non si cerca di fare tutto quanto è nelle nostre possibilità e nelle possibilità che il progresso tecnico scientifico ci consente per aggiungere alle cure quella speciale medicina che è il conforto di una mamma, di una moglie, di un figlio. Negli occhi abbiamo quei tanti nostri concittadini costretti a morire senza il conforto di un gesto d’amore che non fosse quello di un eroico quanto sconosciuto operatore sanitario, che nel momento dell’addio ha sfiorato il volto del morente con una carezza, piena di umanità e comprensione. Come non possiamo dimenticare corsie strapiene, ospedali da campo o di fortuna allestiti in fretta e furia con enorme dispendio di soldi e di energie.

Noi come ARIS abbiamo vissuto nelle nostre strutture lo stesso dramma. Abbiamo perso operatori sanitari, amici medici, confratelli nel ministero sacerdotale, suore. Abbiamo letto negli occhi il dolore di chi non ha potuto neppure dare un addio, una sepoltura dignitosa ai propri cari, strappati dalla violenza del virus e portati via persino su camion militari che sfilavano per le vie delle nostre città come macabro corteo funebre. Forse si può fare qualche cosa di più perché tutto ciò non debba mai più accadere. Ci pensi onorevole. Noi ci siamo e siamo pronti a fare la nostra parte.

*Direttore Generale dell’ARIS

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