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Svimez: la sanità meridionale era una “zona rossa” già prima dell’arrivo della pandemia

sud italia

“Il divario nei servizi è dovuto soprattutto a una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. In prima fila il divario sanitario”. Presentato il Rapporto Svimez 2020 “L’economia e la società del Mezzogiorno”.

La prima ondata della pandemia ha avuto per epicentro il Nord. La crisi economica si è però presto estesa al Mezzogiorno dove si è tradotta in emergenza sociale incrociando un tessuto produttivo più debole, un mondo del lavoro più frammentario e una società più fragile. La seconda ondata, a differenza della prima, ha interessato direttamente anche il Mezzogiorno. All’emergenza economica e sociale già sperimentata nella prima ondata si è perciò sommata, nell’ultimo mese, l’emergenza sanitaria generata dalla pressione sulle strutture ospedaliere e in più generale su tutto il sistema di cura. È quanto sottolinea il Rapporto Svimez 2020, “L’economia e la società del Mezzogiorno”, presentato ieri dal direttore Luca Bianchi. Secondo Svimez, il Paese è «unito» da una recessione senza precedenti. Gli effetti economici, così come avvenuto per la pandemia, si diffondono progressivamente a tutte le regioni italiane. Il primato negativo del crollo del PIL nell’anno del Covid-19 spetta ad una regione del Mezzogiorno e ad una del Nord: la Basilicata (–12,9%) e il Veneto (–12,4%). La Lombardia, epicentro della crisi sanitaria, perde 9,4 punti di Pil nel 2020. Perdite superiori al 10% si registrano nel 2020 al Nord: Emilia Romagna (–11,4%), Piemonte (–11,3%) e Friuli V.G. (–10,5); al Centro: Umbria (–11,6%) e Marche (–10,8%); e nel Mezzogiorno: Puglia (–10,8%) e Molise (–11,7%). La Campania perde circa il 9%. Elevate le perdite anche in Calabria (–8,9%). A seguire Sardegna (–7,2%) e Sicilia (–6,9%), economie regionali meno coinvolte negli interscambi commerciali interni ed esteri e perciò più al riparo dalle ricadute economiche della pandemia.

Effetti Legge Bilancio nel 2021-2022

Gli effetti della Legge di Bilancio 2021 si vedranno soprattutto nel 2022, in entrambe le macroaree. Sarà il Sud a trarne i maggiori benefici. Già dal prossimo anno, in quanto il Pil aumenterebbe del +2,5%, circa un punto più di quanto previsto senza tenere conto della Legge di Bilancio. Ciò perché vi sarà un aumento della spesa in conto capitale che si somma agli effetti già presenti nel 2021 della riduzione contributiva per i lavoratori del Sud.

Cala inesorabilmente la popolazione

Nel 2019, tutte le regioni italiane hanno registrato un saldo naturale negativo e in netto peggioramento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 138mila residenti, di cui 20 mila hanno scelto un paese estero come residenza, una quota decisamente più elevata che in passato, come più elevata risulta la quota dei laureati, un terzo del totale. Quasi i due terzi dei cittadini italiani che nel 2018 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva almeno un titolo di studio di secondo livello: diploma superiore il 38% e laurea il 30%. Nel Mezzogiorno il pendolarismo fuori regione è decisamente più intenso che nel resto del Paese, nel 2019 è praticato da circa 240mila persone, il 10,3% del complesso dei pendolari dell’area a fronte del 6,3% nel Centro-Nord. Un quinto dei pendolari meridionali (57 mila unità) si muove verso le altre regioni del Sud; i restanti quattro quinti (185 mila pari al 3% degli occupati residenti) si dirigono verso le regioni del Centro-Nord o i paesi esteri.

Lavoro, il Covid non è stato una livella

Nei primi tre trimestri del 2020 il lockdown ha incrociato un mercato del lavoro sostanzialmente stagnante da più di un anno. La SVIMEZ stima una riduzione dell’occupazione del -4,5% nei primi tre trimestri del 2020, il triplo rispetto al CentroNord. E si attende una perdita di circa 280mila posti di lavoro al Sud. La crescita congiunturale dell’occupazione era già modesta, la ricerca di lavoro in diminuzione e l’inattività in aumento. Il Covid non è stato una “livella”, non ha reso tutti un po’ più poveri ma più uguali. Gli andamenti sul mercato del lavoro mostrano l’esatto contrario: la crisi seguita alla pandemia è stata un acceleratore di quei processi di ingiustizia sociale in atto ormai da molti anni che ampliano le distanze tra cittadini e territori. La crisi si è scaricata quasi interamente sulle fasce più fragili dei lavoratori. Cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, nonostante l’ampliamento a settori ed imprese non coperte, hanno costituito un argine allo tsunami della crisi per i lavoratori tutelati, ma hanno inevitabilmente incanalato l’onda nociva dei licenziamenti, dei mancati rinnovi dei contratti a termine, e delle mancate assunzioni verso le componenti più precarie e verso i territori più deboli dove tali tipologie sono più diffuse. I posti di lavoro persi sono composti per due terzi da contratti a termine (non rinnovati al momento della scadenza e/o non attivati) e per la restante parte da lavoratori autonomi.

Peggiora l’occupazione femminile

Già prima della pandemia la situazione di svantaggio dell’occupazione femminile nel nostro Paese era in larga parte prevalente al Sud. Contrariamente alla precedente crisi gli effetti occupazionali del lockdown si sono scaricati di più sulle donne, in particolare su quante erano occupate nei servizi con contratti precari. Peculiare al riguardo la situazione del tasso di attività ma ancor di più del tasso di occupazione femminile: le regioni meridionali sono le ultime tra quelle dell’Unione Europea per entrambe gli indicatori ma il divario diventa particolarmente elevato per il tasso di occupazione ad evidenziare una persistente carenza di domanda di lavoro nelle regioni meridionali, anche in presenza di un’offerta di lavoro femminile crescente in particolare per le donne con più elevati livelli di istruzione. Su questa situazione già critica si è abbattuta nella prima parte dell’anno l’emergenza sanitaria che ha cancellato in un trimestre quasi l’80% dell’occupazione femminile creata tra il 2008 ed il 2019 riportando il tasso d’occupazione delle donne a poco più di un punto sopra i livelli del 2008. La scarsa partecipazione femminile è connessa in buona parte all’incapacità delle politiche italiane di welfare e del lavoro di conciliare la vita lavorativa a quella familiare: il basso tasso di occupazione femminile è in buona parte ascrivibile allo scarso sviluppo dei servizi sociali.

Gli ampi divari di cittadinanza. In prima fila quello sanitario

Diciamo la verità, ribadisce la Svimez, la sanità meridionale era una “zona rossa” già prima dell’arrivo della pandemia, come dimostrano i punteggi LEA e la spesa sanitaria pro capite. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto a una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. In prima fila il divario sanitario. Durante la prima ondata della pandemia il sistema sanitario meridionale è stato colpito solo in maniera marginale dal virus. Così non è da quando l’emergenza sanitaria si è estesa in maniera più uniforme in tutto il territorio nazionale, portando allo scoperto tutte le carenze strutturali di un’offerta di servizi sanitari che per qualità e quantità nelle regioni meridionali è ben lontana dal garantire standard accettabili. La consapevolezza emersa a marzo 2020 richiamata da politici e osservatori – «se il focolaio fosse avvenuto invece che in Veneto e Lombardia, in una regione del Mezzogiorno sarebbe stato un disastro di proporzioni assai maggiori» – si è così tradotta a ottobre nell’esigenza di maggiori restrizioni (zone arancioni o rosse) anche nelle regioni del Sud caratterizzate da tassi di contagio minori di quelli di altre regioni. Un divario di offerta di servizi sanitari essenziali figlio di un mix drammatico di inefficienze e distorsioni nel suo governo e di un progressivo ampliamento nelle dotazioni di personale e infrastrutture a sfavore delle regioni meridionali, soprattutto di quelle interessate dai Piani di Rientro. Dal 2007 al 2017 la media del numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali è scesa da 3,9 a 3,2 (la media europea è diminuita da 5,7 a 5 nello stesso periodo). La riduzione è avvenuta soprattutto nelle regioni sottoposte a Piano di Rientro, dove in media il tasso di posti letto per 1000 abitanti era più alto che nelle altre regioni. Sia in queste che nelle altre regioni la riduzione dei posti letto ha stimolato la riduzione dei ricoveri inappropriati, ma la struttura più frammentata della rete di offerta nelle regioni in Piano di Rientro può aver reso più difficile lo sfruttamento delle economie di scala, il miglioramento dell’efficacia dei servizi (attraverso il learning by doing degli operatori) e lo sviluppo adeguato della rete territoriale. Questo spiegherebbe le forti differenze interregionali anche in termini di diffusione dell’assistenza domiciliare integrata e il permanere di maggiori tassi di inappropriatezza dei servizi. La fotografia più chiara dei persistenti divari territoriali nell’offerta di servizi sanitari è espressa dai punteggi LEA. Nell’ambito dell’architettura del SSN, i LEA rappresentano i Livelli Essenziali di Assistenza che devono essere garantiti in tutti i territori sulla base della Costituzione e per i quali lo Stato deve garantire il finanziamento integrale. I LEA sono quindi la traduzione giuridica del principio di «eguaglianza delle opportunità» nel nostro Paese. Il 2018, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i risultati, è anche il primo anno in cui tutte le regioni monitorate risultano adempienti, raggiungendo il punteggio minimo di 160. Nonostante questi progressi, la distanza tra le regioni del Sud e quelle del Centro-Nord risulta marcata, oscillando tra valori massimi di 222 punti del Veneto e 221 dell’Emilia Romagna e i minimi di 170 di Campania e Sicilia e di appena 161 della Calabria. Se l’obiettivo delle politiche sanitarie è quello di garantire ai cittadini un equo accesso alle cure su tutto il territorio nazionale, non resta che interrogarsi sull’appropriatezza dei servizi e sull’efficienza dei sistemi sanitari regionali. Facendo riferimento a dati del 2017 emerge una non sorprendente relazione positiva tra la spesa sanitaria pubblica pro capite del 2017 e i punteggi LEA. Vale a dire che se si vogliono migliorare le performance è necessario (in media) spendere di più. Senza tuttavia sottacere ulteriori questioni cruciali: perché la Campania ottiene risultati migliori rispetto alla Calabria a parità di spesa? Perché il Veneto ha performance migliori della Puglia, della Basilicata e del Lazio a parità di spesa e decisamente migliori di regioni quali la Lombardia e l’Umbria che hanno una spesa superiore? Per comprendere meglio cosa si nasconda dietro queste differenze nei punteggi LEA in termini di impatto concreto sulle opportunità di cura dei cittadini, è utile guardare ad alcuni indicatori sull’accesso a particolari servizi sanitari. Drammatico è, ad esempio, lo squilibrio tra regioni italiane nelle attività di prevenzione.

Le proposte

Il Rapporto si sofferma su alcune proposte per cogliere appieno l’occasione offerta dalla condizionalità «buona» europea di orientare gli investimenti agli obiettivi della coesione economica e sociale e al sostegno alla transizione verde e digitale. Temi che esaltano il contributo del Mezzogiorno alla ripartenza. Con due priorità. Va
innanzitutto riavviato un percorso sostenibile di riequilibrio nell’accesso ai diritti di cittadinanza su tutto il territorio nazionale: salute, istruzione, mobilità. In secondo luogo, non può essere più rimandata la definizione di un disegno unitario di politica industriale per valorizzare la prospettiva green e la strategia Euro-mediterranea. Un contributo da Sud alla ripartenza del Paese lo può dare il Quadrilatero Zes nel Mezzogiorno continentale, Napoli-Bari-Taranto-Gioia Tauro, da estendersi alla Sicilia. E poi, agroalimentare, bioeconomia circolare, green deal, a partire dal caso dei rifiuti sono occasioni per trasformare i ritardi in un’opportunità.

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