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SE NON ORA, QUANDO?

Monchiero

Dieci mesi non sono bastati ad elaborare una strategia per conciliare le misure atte ad evitare il contagio con la necessità di lavorare e studiare, per garantirci il presente e il futuro. Si preferisce intervenire con cadenza settimanale, o poco più, a ridisegnare vincoli e divieti troppo mobili per risultare credibili.

di Giovanni Monchiero*

Le mosse di Conte per evitare la crisi rappresentano altrettante motivazioni per auspicarla. Ha chiesto a Gualtieri di riscrivere il Piano per il Ricovery Plan, in modo da comprendere più investimenti strutturali di cui il paese ha bisogno in tutti i settori,  e meno contributi alla cieca.  So bene che si usa dire “a pioggia”, ma si offende il  benefico fenomeno naturale che cade in egual misura sui giusti e sugli ingiusti, e non tiene  conto di amici o potenziali elettori. Non solo. Pare che, finalmente, si destinino risorse significative alla sanità, sino ad oggi oggetto di tantissime parole e pochi fatti, come se fosse possibile  colmare con le buone intenzioni le lacune dimostrate nell’emergenza. Filtra addirittura, dagli uffici di Palazzo Chigi, la disponibilità ad utilizzare, in parte, i fondi del MES, ipotesi sino a ieri ritenuta sacrilega dai 5Stelle. Per compiacere l’azionista di maggioranza, Conte aveva sempre detto che di soldi ce n’erano più che a sufficienza e il PD  abbozzava, in nome della continuità dell’azione di governo.

Siamo andati avanti così  per lunghissimi mesi, fino a che Renzi, ergendosi a paladino del superiore interesse della Nazione  – o, più prosaicamente, in cerca di visibilità e di ulteriori vantaggi per se e per i suoi – non ha alzato la voce evidenziando gli errori commessi e l’inesistenza di una programmazione degna di accedere ai fondi europei.

Nessuno può dire se avrà il coraggio di portare queste critiche, fondatissime, alle estreme conseguenze o se invece si accontenterà di unrimpasto e di qualche posto di sottogoverno. Senza professarmi renziano, vorrei aggiungere che le soluzioni vere sono sempre preferibili agli accomodamenti.

Nel caso di specie, non condivido le apprensioni della grande stampa, storicamente “istituzionale” quando non apertamente filogovernativa. Le difficoltà gravissime causate dal Covid non sono – a mio parere –  una buona ragione per tenere in vita un Governo incapace di risolverle.

Dieci mesi non sono bastati ad elaborare una strategia per conciliare le misure atte ad evitare il contagio con la necessità di lavorare e studiare, per garantirci il presente e il futuro. Si preferisce intervenire con cadenza settimanale, o poco più, a ridisegnare vincoli e divieti troppo mobili per risultare credibili. Molte attività economiche rimangono chiuse, altre vengono aperte a singhiozzo, anche quelle per le quali sembrerebbe possibile organizzare il rapporto con la clientela riducendo al minimo i rischi.

Dieci mesi non sono bastati a trovare il modo di  mandare i ragazzi a scuola. Anzi, alla vigilia della riapertura, l’incertezza è tale da autorizzare le Regioni ad andare ognuna per conto proprio e a trasformare la confusione in farsa.

Dieci mesi non sono bastati a predisporre i piani di intervento richiesti dall’Europa. Abbiamo sprecato questo lasso di tempo – non breve in un contesto di emergenza – a generare debito senza curarci di come tornare a produrre ricchezza.

Un ultimo accenno alla sanità.  L’avvio della campagna vaccinale è avvenuto con grande risonanza mediatica e risultati non molto soddisfacenti. Il prof. Palù, scienziato di fama, già emigrato all’estero, rientrato recentemente per assumere la presidenza dell’AIFA, ha annunciato che entro l’estate avremo 15 milioni di vaccinati. Sembra un successo,  sebbene proclamato da chi non ha responsabilità in materia, ma di questo passo raggiungeremmo la sospirata immunità di gregge a fine 2022. Quando, secondo una facile immagine retorica, chi sfuggirà al Covid sarà morto di fame. Arcuri, commissario a tutto, campagna vaccinale compresa, lo ha prontamente smentito: entro l’estate, tutti vaccinati. Lui i proclami li sa fare.

Questo è il quadro. Meglio cambiare, prima che sia troppo tardi.

*Già direttore generale dell’Asl 18 e dell’azienda ospedaliera “San Giovanni Battista” di Torino, è stato commissario dell’Asl CN1 e CN2 e presidente nazionale della Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso). È stato Membro Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

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