-

Covid-19, Un italiano su dieci ha rinunciato a visite mediche

corsie
L’equità nell’accesso ai servizi sanitari fortemente condizionata dall’emergenza. Audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica, Gian Carlo Blangiardo sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nell’analisi del presidente Istat alcuni elementi critici sullo stato del sistema sanitario all’inizio della pandemia.

Come noto, l’Italia è stato uno dei paesi più intensamente coinvolti dall’emergenza Covid-19. L’emergenza sanitaria ha messo in luce punti di forza e criticità del nostro sistema sanitario. Una Missione all’interno del Pnrr è specificamente rivolta a rafforzare l’assistenza di prossimità e la telemedicina e favorire la digitalizzazione dell’assistenza sanitaria.
Spesa sanitaria pubblica corrente. La spesa sanitaria pubblica corrente è passata da circa 108 miliardi di euro nel 2012 a 114,6 miliardi di euro nel 2019, con una variazione complessiva pari a circa il 6% e un incremento medio annuo inferiore all’1%.
Il sistema sanitario pubblico è ancora fortemente incentrato sull’ospedale: il 56,7% della spesa sanitaria è relativa a servizi erogati dagli ospedali, il 22,1% a servizi ambulatoriali, il 10,2% a farmacie e altri fornitori di presidi medici, il 5,3% a servizi di assistenza residenziale e il 4,5% a servizi sanitari per la prevenzione. Questo assetto tende a mutare lentamente nel tempo.
L’attività di cura e riabilitazione assorbe la maggior parte delle risorse finanziarie pubbliche (58,6%). Il 10,8% della spesa sanitaria pubblica è destinata a pazienti con problemi di salute di lunga durata e un altro 5,3% alla prevenzione delle malattie.
Invecchiamento e cronicità. L’invecchiamento demografico del nostro Paese determina un aumento della pressione sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Secondo i dati dell’ultima indagine europea sulla salute, nel 2019, la comorbilità (almeno 3 patologie croniche in una lista di 21 malattie) è diffusa in oltre il 20% della popolazione di 15 anni e più, per un numero complessivo stimato di 10 milioni e 805 mila residenti. Sardegna, Basilicata e Umbria sono le regioni con la quota più elevata, tra 26,3 e 27,9%. Il fenomeno riguarda quasi un ultrasessantacinquenne su due, coinvolgendo circa 6,5 milioni di anziani residenti in famiglia. Ancora una volta sono alcune regioni del Mezzogiorno che presentano la prevalenza più elevata.
Inoltre, nelle età anziane, il contesto familiare trova ampie quote di popolazione che vivono in famiglie unipersonali con bisogni di cura e assistenza maggiori.
Complessivamente gli anziani che vivono soli rappresentano circa il 30% degli over65enni in Italia, e un’altra quota consistente vive in coppie in cui entrambi sono anziani.
Di conseguenza, emerge l’esigenza di organizzare servizi sanitari meno incentrati sull’ospedale (dedicato al trattamento di malati ad elevata complessità) e di incrementare i servizi di assistenza dei pazienti con grave compromissione delle condizioni di salute a domicilio o in strutture residenziali.
Nel 2019, gli anziani di 65 anni e più che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata (Adi) sono circa 378 mila, pari al 2,7% della popolazione anziana residente (era il 2,2% nel 2015). La quota sale al 4,5% per gli over 75. La dotazione nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari nel 2018 ammonta a circa 420 mila posti letto, pari a 69,6 ogni 10 mila persone residenti, con un aumento di 7 punti rispetto al 2012. Circa tre posti letto su quattro sono dedicati a persone anziane. Permane una forte differenziazione territoriale, con 99 posti letto ogni 10 mila residenti al Nord, 55 al Centro e 38,6 nel Mezzogiorno.
Rafforzare il sistema ospedaliero continuando a ridurre i ricoveri inappropriati. Nel tempo si è ridotto il numero di ricoveri ospedalieri e, in particolare, di quelli inappropriati (il Patto per la Salute 2010-2012 definisce una lista di DRG ad alto rischio di inappropriatezza se erogati in regime ordinario), spostando a livello territoriale le prestazioni meno complesse e favorendo l’utilizzo delle risorse destinate all’ospedale per le attività a maggiore complessità. I ricoveri ospedalieri per acuti si sono ridotti del 25,4% tra il 2010 e il 2019 (da 10,4 a 7,8 milioni). Negli stessi anni il numero di ricoveri a rischio di inappropriatezza si è quasi dimezzato (da 1,9 milioni nel 2010 a circa 800 mila nel 2019) e la percentuale di ricoveri a rischio di inappropriatezza erogati in regime ordinario è  diminuita dal 47,0% nel 2010 al 42,7% nel 2019.
Questo utilizzo più appropriato delle risorse disponibili e l’aumento dei pazienti trattati in contesti più adeguati ai loro bisogni di salute si sono accompagnati a una riduzione dell’offerta di posti letto, osservata già a partire dalla metà degli anni ’90, con conseguenze negative quando si è dovuto far fronte alla pandemia da Covid-19. Si è passati, infatti, da 244 mila posti letto del 2010 a 211 mila del 2018, con una ricomposizione a favore dei reparti con specializzazione di media ed elevata assistenza e in quelli della terapia intensiva. Tuttavia, il numero di posti letto nei reparti di alta specialità è comunque diminuito.
Il personale sanitario del Servizio Sanitario Nazionale. Nel comparto della Sanità pubblica lavoravano nel 2018 (ultimo anno disponibile) circa 691 mila unità di personale, di cui quasi 648 mila dipendenti a tempo indeterminato e oltre 43 mila con rapporto di lavoro flessibile. Oltre la metà del personale è costituita da medici (16,6%) e personale infermieristico (41,1%). Riferendo i dati alla popolazione residente il personale totale è pari a 107 unità per 10 mila residenti. Nelle regioni il tasso varia dal minimo di 73,4 nel Lazio al massimo di 173,6 in Valle d’Aosta. Rispetto al 2012 si è registrata una diminuzione di personale (-4,9%), che ha riguardato anche i medici (-3,5%) e gli infermieri (-3,0%) con importanti differenze regionali.
Al personale dipendente della Sanità, si aggiungono circa 43 mila medici di medicina generale (MMG) e circa 7.500 pediatri di libera scelta (PLS), che garantiscono le cure primarie a tutta la popolazione residente. Completano la dotazione di personale medico nel Servizio Sanitario Nazionale circa 17 mila medici di continuità assistenziale, 2,9 ogni 10 mila residenti. L’offerta è significativamente più elevata nelle regioni del Mezzogiorno rispetto al Centro-nord.
Specializzazioni. La pandemia ha determinato una domanda molto elevata di alcune specializzazioni. Il PNRR individua in particolare quattro specializzazioni: anestesia e terapia intensiva, medicina interna, pneumologia, pediatria. Al 31 dicembre 2020 l’Italia poteva contare complessivamente su circa 51 mila specialisti in questi campi. Rispetto al 2012 la dotazione complessiva è rimasta sostanzialmente invariata, ma con un aumento di anestesisti +5,8%, e una riduzione di specialisti in medicina interna -6,3%.
Equità nell’accesso ai servizi sanitari. L’equità, misurata in termini di difficoltà di accesso ai servizi sanitari, è stata fortemente condizionata dall’emergenza sanitaria. Nel 2020 (dati provvisori), un cittadino su 10 ha dichiarato di aver rinunciato negli ultimi 12 mesi, pur avendone bisogno, a visite mediche o accertamenti specialistici a causa delle liste di attesa, la scomodità delle strutture, ragioni economiche e motivi legati al Covid-19; questi ultimi sono stati indicati da circa la metà delle persone che hanno riferito una difficoltà di accesso. L’anno precedente (2019) la quota di rinunce era stata più bassa e pari al 6,3%, in calo rispetto al 2018 (7,2%) e al 2017 (8,1%). L’impatto del Covid-19 sulla rinuncia è stato maggiore nel Nord, con un aumento di 4,7 punti percentuali rispetto al 2019 (da 5,1% a 9,8%); nel Centro l’indicatore è passato, invece da 6,9% a 10,3% e nel Mezzogiorno da 7,5% a 9,0%.

Print Friendly, PDF & Email