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La fede nella scienza

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La passione con cui molti scienziati insistono nel dire che nel vaccinarsi i benefici sono di gran lunga superiori ai rischi, mi suscita apprensione. Mi capita sempre quando sento proclamare l’ovvio.

di Giovanni Monchiero*

Non sono molte, infatti, le attività umane per le quali si possa affermare il contrario. Direi il volo con la tuta alare, la roulette russa o l’abuso di tabacco, alcool e droghe, ma anche in questi casi chi le pratica prova un’emozione per la quale ritiene giusto giocarsi la vita. Per il resto, non mi pare che le statistiche degli incidenti stradali scoraggino molti dal viaggiare in automobile o che la frequenza degli incidenti domestici abbia suggerito a qualcuno di vivere all’addiaccio.

Quasi tutto ciò che comunemente facciamo ci procura beni, comodità o soddisfazioni ben superiori al pericolo di arrecare danno alla nostra salute. E questo principio vale anche per i farmaci, qualsiasi farmaco. In questi giorni molti hanno scherzato con i bugiardini, che contengono un elenco di sventure peraltro contrassegnate da minimi tassi di probabilità. Ma nessuno, leggendo quei testi sgradevoli ed oscuri, viene indotto ad abbandonare la medicina cui si è da tempo assuefatto e ben pochi a buttare nei rifiuti un nuovo farmaco prescritto dal medico di fiducia.

Perché dunque insistere su questo concetto, del tutto scontato? Perché farlo, in particolare, nel caso del vaccino di AstraZeneca? Forse perché dopo l’ultima presa di posizione dell’Ema, diversa da quella solenne di venti giorni fa, non può che accrescere le perplessità di tutti, scienziati compresi.

Persino Garattini, un mito della farmacologia, nel ribadire che il vaccino è sicuro ha aggiunto che “è nato male”. Modo di dire popolare che ben si adatta al caso di specie. AstraZeneca è arrivata dopo, dichiarando tassi di efficacia inferiori a quelli dei concorrenti, il 60% conto il 92%”. Dato poi corretto con la precisazione che anche quel 40 che potrebbe ammalarsi lo farà in forma lieve e non pericolosa. Prudentemente l’Aifa si orientò ad utilizzare AstraZenaca solo per i cittadini di età inferiore ai 55 anni, e a vaccinare gli anziani con i prodotti di Pfizer e Moderna.

Poi vengono segnalati i primi casi (pochissimi) di trombosi e l’Italia, con i maggiori paesi europei, sospende il vaccino sino al già ricordato intervento dell’Ema. Ieri giunge l’ulteriore, diversa precisazione dell’agenzia europea e qualche paese rinuncia ad utilizzare AstraZenaca. L’Italia decide di utilizzarlo non più per i giovani, ma solo per gli ultrasessantenni, esattamente l’opposto di quel che avveniva sino ad un mese fa.

Quando, prima o poi, vaccineranno anche me – settantacinquenne – non rifiuterò il vaccino di AstraZeneca, ma il mio sentimento prevalente non sarà di certo l’entusiasmo.

A proposito di perplessità, date un’occhiata a questi dati. Il 3 maggio 2020, domenica, sono morte di Covid 174 persone, il successivo 6 maggio, mercoledì, i morti sono stati 369, più del doppio. Questa tendenza è costante nel tempo. Domenica 29 novembre, in pieno picco, 541 morti, giovedì 3 dicembre 993; il 26 dicembre, S. Stefano, si sono contati 261 morti, tre giorni dopo 659;  domenica 3 gennaio i morti sono stati 347, il venerdì successivo 620, per tornare a 361 la domenica; il 5 aprile, pasquetta 261 morti, ieri mercoledì, 627.

Esiste una spiegazione scientifica di questo singolare fenomeno? O semplicemente una parte dei morti dei giorni festivi li contiamo a metà settimana? Il che, onestamente, non depone a favore della credibilità dei nostri dati scientifici.

“Credo quia absurdum” diceva Tertulliano, ma non è annoverato fra i precursori della scienza.

 

*Già direttore generale dell’Asl 18 e dell’azienda ospedaliera “San Giovanni Battista” di Torino, è stato commissario dell’Asl CN1 e CN2 e presidente nazionale della Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso). È stato Membro Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

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