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Non è bastato radiare Palamara per ridare pace alla magistratura travagliata da lotte intestine e ricorrenti abusi che ne hanno minato la credibilità. Quando si riscriverà la storia di mani pulite sarà necessario sostituire l’aggettivo. Da allora non si sono mondate le mani dei politici e si sono, invece, inzaccherate quelle dei magistrati.

di Giovanni Monchiero*

Forse per attutire l’effetto del nuovo scandalo al CSM o, più banalmente, per alimentare la propria vanagloria, la Procura di Perugia passa ai media il filmato dell’esame farsa di Luisito Suarez. Fa un certo effetto vedere al telegiornale della sera l’impacciato calciatore amorevolmente assistito da esaminatori più che indulgenti, e molti ne avranno tratto considerazioni amare.

A me ha richiamato alla memoria l’esame di Quinta, quando il maestro mi sedette accanto un giovanotto che necessitava della licenza elementare per poter accedere al concorso da cantoniere e mi raccomandò di correggergli gli errori di italiano e fargli copiare il problema. Mi sentii strumento di giustizia sociale.

Non è questo il caso di Suarez, è ovvio. Ma non è neppure nella benevolenza verso l’esaminando che sta il culmine dello scandalo. La circostanza che gli inquirenti abbiano collocato le telecamere per verificare lo svolgimento della prova fa pensare a una faida intestina all’università. E non è un bel capire. Escluderei un complotto anti-Juve perché il mondo del calcio è luogo permeato di omertà, all’ombra di virulente polemiche pubbliche.
La questione che non riesco a risolvere è un’altra. In quale iter si inserisce la rapida procedura escogitata dalla Juventus per consentire al calciatore uruguaiano di ottenere quella cittadinanza che, di questi tempi, non si concede praticamente a nessuno?

Mi viene spontaneo collegare la situazione di Suarez – destinato a diventare italiano ancor prima di avere lavorato un giorno in Italia – a quella di Sedat, muratore albanese di una piccola impresa artigiana che mi ha ristrutturato casa. Sedat è qui da decenni, è un immigrato regolare, perfettamente inserito, paga tasse e contributi, parla bene l’italiano e benissimo il dialetto locale, madrelingua di tutti noi che, come il titolare dell’impresa, abbiamo più di cinquant’anni. Sedat è un uomo realizzato e sereno che ha un solo cruccio, quello di non riuscire a ottenere la cittadinanza italiana, per sé e per i suoi figli.

Gestiamo i problemi dell’immigrazione in modo schizofrenico. Lasciamo affogare gli africani ma non riusciamo a regolamentare gli ingressi; tolleriamo, nelle nostre città, la presenza di centinaia di migliaia di irregolari, lavavetri, mendicanti, spacciatori e abbandoniamo gli aspiranti lavoratori ai soprusi del caporalato. Agli episodi di delinquenza rispondiamo con fugaci passaggi in carcere e decreti di espulsione, quasi mai eseguiti.
Mentre, per gli stranieri, “cittadinanza” è una parola impronunciabile, per gli italiani evoca un reddito automatico, cui si accede per il solo fatto di essere cittadini. Non è neppure necessario conoscere la lingua.

È di qualche giorno fa il dato che nella provincia di Napoli percepiscono il reddito 459.000 persone mentre in tutte le regioni del Nord arrivano appena a 452.000. Certo, a Napoli la disoccupazione è più diffusa, ma in queste proporzioni? Ricorrenti sono poi le polemiche sulla facilità con la quale il beneficio è concesso ai malavitosi; sulla incapacità di stimolare la ricerca del lavoro; sulla funzione dei “navigator” che dal ruolo di assistenti sono serenamente transitati a quello di assistiti, con stipendio “sine cura”. Un fiume di denaro pubblico (13 miliardi) destinato, nelle intenzioni dichiarate, a soccorrere i bisognosi; di fatto un incentivo a vivere alle spalle dello Stato e, di conseguenza, di chi paga le tasse.
Ripenso a Sedat, una brava persona, un onesto lavoratore, che non è un cittadino.

*Già direttore generale dell’Asl 18 e dell’azienda ospedaliera “San Giovanni Battista” di Torino, è stato commissario dell’Asl CN1 e CN2 e presidente nazionale della Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso). È stato Membro Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

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