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L’assistenza sanitaria come vocazione

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Il tema delle professioni è una questione di portata cruciale per la rigenerazione del nostro modello di welfare. La possibilità di dar vita a un sistema di assistenza primaria che da troppo tempo sollecitiamo da cooperatori e da rappresentanti di federazione presuppone la capacità di selezionare e formare personale dotato di capacità tecniche ma anche di attitudine verso la persona

di Giuseppe Maria Milanese*

L’integrazione tra diverse figure professionali, la continuità tra setting assistenziali, la personalizzazione e l’umanizzazione delle cure, in breve la presa in carico delle persone con maggiori bisogni al di fuori delle mura ospedaliere, reclamano personale sanitario e sociosanitario in grado di interpretare la propria professione alla pari di una vocazione.

Da questo punto di vista l’esperienza della pandemia ci consente maggiore ottimismo. La generosità, il coraggio e la dedizione mostrati nelle ore più dure della crisi, e ancora in questa fase di recrudescenza, dal personale pubblico e privato, ospedaliero e territoriale, ci infondono fiducia circa la capacità dei nostri operatori di essere all’altezza della sfida rappresentata dall’assistenza primaria. Ciononostante, confidiamo che si debba investire di più sulle giovani generazioni che decidono di cimentarsi in questo settore, con percorsi formativi in grado di stimolare competenze e attitudini specificamente centrate sui principi di questo “nuovo” paradigma di cure.

È certamente apprezzabile il livello di preparazione tecnica del personale sfornato dalle università del Paese e dai corsi di formazione sanitaria: ne è riprova l’appeal di cui godono questi neoprofessionisti, assai richiesti all’estero.

Tuttavia costoro sono istruiti a operare prevalentemente (se non esclusivamente) nei setting “tradizionali”, reparto e ambulatorio. Assistere un anziano non autosufficiente nell’ambito di reti territoriali lasche, in continuità tra domicilio, residenza e ospedale richiede invece una capacità di gestione della complessità, una visione orizzontale, che dobbiamo essere in grado di trasmettere, anche innovando i percorsi di formazione rivolti alle nuove leve di professionisti.

C’è poi la componente vocazionale; entrare tra le mura domestiche di un malato, penetrare la sfera della sua privatezza, curare un anziano in una residenza, spesso rappresentando il suo unico contatto umano, richiedono un carico valoriale largo e profondo, una sensibilità acuta, una delicatezza peculiare. Il cuore non si può insegnare, ma si può infondere: con l’esempio. In questo senso le nostre cooperative, da anni impegnate nell’assistenza alle fasce più fragili della popolazione in virtù della loro ispirazione solidaristica, rappresentano delle palestre d’eccezione per formare una generazione di operatori il cui primum movens sia la cura della persona, e non delle sue malattie, laddove al significato ortodosso di cura si affianca l’aspetto non marginale della premura. Il vecchio, mai desueto “I care”, io mi faccio carico di te.

Non è peraltro peregrino che il sistema sanitario, nel suo complesso, sta già ampiamente giovandosi delle professionalità maturate all’interno delle nostre imprese, e lo diciamo senza pulsione polemica, quanto per richiamare l’attenzione su un nodo che va assumendo proporzioni critiche: il personale sanitario scarseggia! Una questione risaputa e annosamente dibattuta che il Covid-19 ha semplicemente indotto a deflagrare. In particolare, le campagne di assunzioni all’interno del Servizio Sanitario Nazionale drenano risorse umane dalle nostre imprese che, nella stragrande maggioranza, offrono sussidiariamente in virtù dell’articolo 118 della Costituzione servizi pubblici rientranti nei Lea, di cui lo Stato stesso è committente. Al di là delle necessità di una programmazione nazionale che consenta alle università di formare un numero di professionisti sanitari coerente con le richieste del mercato del lavoro, è forse giunta l’ora di immaginare figure professionali, specificamente formate per l’assistenza primaria, abilitate a operare in ambiti per ora preclusi agli operatori sociosanitari.

Aspetto che ne richiama un altro sul quale Confcooperative Sanità insiste da anni: portare i livelli di assistenza domiciliare e residenziale al livello degli standard europei significa erogare cure migliori per i nostri anziani assicurando, al contempo, un importante indotto occupazionale al Sistema Paese. Gli erogatori chiamati a garantire standard professionali elevati, dettati da un sistema di regole basate sull’accreditamento, acquisirebbero in questo modo il profilo di volano di occupazione qualificata per i nostri giovani e, non secondariamente, di gettito fiscale per le casse dello Stato. Nessuna novità, è la “white economy”, che noi preferiamo tradurre con parole più cordiali (ancora una volta il cuore): “curare i nonni con il lavoro dei nipoti”.

Il titolo di un celebre saggio a firma del sociologo Max Weber, “La Politica come professione” (“Politikals Beruf”, 1919) che, giocando sul duplice significato di “beruf”, “professione” e “vocazione”, sembra racchiudere con affilata aderenza le connotazioni necessarie dei futuribili professionisti sanitari da impegnare sul territorio. Competenza, certamente, e anche cuore, ovvero uno speciale portato di umanità, quali criteri per i versanti della selezione e della formazione del personale

*Presidente Cooperativa OSA, Operatori Sanitari Associati e Confcooperative Sanità

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