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Un futuro possibile. Tra continuità e innovazione

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L’impegno principale per il domani è sviluppare una rete coordinata e integrata, una rete flessibile, centrata sulla persona e non sulla burocrazia, fatta di servizi diversificati che riescono a pensare a tutto il processo di invecchiamento e non solo alle persone sole e non autosufficienti.

di Giorgio Pavan*

Per definire il fenomeno i demografi ricorrono alla metafora del rovesciamento della piramide. Questa efficace raffigurazione porta con sé le due principali tendenze del mondo occidentale: l’invecchiamento della popolazione e la denatalità: in entrambi l’Italia è prima in Europa. Questo andamento, che si presenta per la prima volta nella storia del genere umano, porta con sé due conseguenze: da una parte il ridimensionamento della famiglia, sempre più piccola e fragile, dall’altra l’aumento delle malattie correlate all’invecchiamento, in particolare di quelle ad andamento cronico degenerativo. Un esercito di vecchi, sempre più vecchi, sempre più soli e sempre più malati che avanza lentamente e inesorabilmente e dove la famiglia, quando c’è, si trova in grande difficoltà nel prendersi carico della situazione. Il fenomeno, se non governato, rischia di avere gli effetti di uno tsunami, ma non è uno tsunami; è piuttosto un’alluvione lenta, progressiva, preannunciata, che se non viene arginata per tempo entrerà in tutti i luoghi della società e coprirà tutto.

I falsi miti 

La frase più ricorrente in questi mesi di pandemia è “chiudere le Rsa e investire sull’assistenza domiciliare”. Si tratta di un falso mito brandito da chi ha una avversione ideologica alle Rsa e una scarsa conoscenza della realtà, italiana ed europea. Bastano poche parole per spiegare il perché. Il servizio di assistenza domiciliare per persone non autosufficienti trova efficacia soprattutto quando integra l’attività dei caregiver, tradizionalmente un familiare o un’assistente privata. I dati indicano che il 50% delle femmine con più di 75 anni vive da sola, così come il 29% dei maschi. Dall’Istat si ricava che dopo gli 80 anni circa il 25% delle persone ultraottantenni sviluppa una importante dipendenza, ovvero la necessità di aiuto nella propria vita quotidiana, percentuale che raddoppia dopo i 90 anni. Che ne sarà di tutti gli anziani non autosufficienti soli, degli anziani lontani dalla propria famiglia, degli anziani che hanno famiglie problematiche che non sono in grado di assumerne il carico? Ma ancora, che ne sarà degli anziani non autosufficienti che, per propria scelta, non vogliono essere di peso alla famiglia e che preferiscono vivere in una Rsa. Questa è l’Italia di oggi, non un’altra. Ma non basta. I fautori della domiciliarità per tutti dovrebbero anche spiegare come faranno ad aiutare quel milione di anziani oggi assistiti, spesso in nero, dalle badanti – altro popolo emarginato – che scappano quando si trovano ad assistere anziani con gravi compromissioni sanitarie o, peggio, affette da demenza. Chi pensa di chiudere le Rsa per investire sulle famiglie deve rendersi conto che le famiglie, come le pensano loro, non esistono più. E sarà così almeno sino al 2050.

Due parole per chi invoca la chiusura delle Rsa appellandosi ai mitici Paesi del Nord Europa. Forse non sanno in questi Paesi il ricorso alle Rsa varia dal 4% (percentuale di posti letto calcolata sugli ultrasessantacinquenni) della Danimarca all’8% dell’Olanda, passando attraverso il 6,5% della Svezia. In Italia siamo sotto il 3%. Nel confronto con i Paesi dell’Europa il dato che emerge è un altro. Si possono distinguere tre fasce: una fascia alta, dei Paesi nordici, con livelli elevati di servizi sia domiciliari che residenziali, una fascia media, dei Paesi come la Germania, la Francia, il Belgio con livelli medi di servizi e infine una fascia bassa, dei Paesi del Sud Europa come la Spagna, l’Italia, la Grecia dove i livelli di assistenza sono più bassi per numero di fruitori e per frequenza di intervento.

Le lezioni che ci vengono dai Paesi del Nord Europa sono due:

  • l’assistenza domiciliare e le Rsa non sono sistemi alternativi, ma complementari. I dati di realtà falsificano la tesi secondo cui basta aumentare l’assistenza domiciliare per diminuire i posti letto in Rsa.
  • Visto che le Rsa ci sono e svolgono un ruolo importante, devono essere realizzate e gestite bene, con adeguate garanzie di qualità dei servizi erogati.

La situazione in Italia

Nell’arco degli ultimi trent’anni le Rsa in Italia, almeno nel Nord e parzialmente nel Centro, hanno fatto passi da gigante. Oggi le Rsa si presentano con strutture confortevoli, stanze per una o due persone, bagno in camera con servizi per lo più personalizzati. Assistenza di base, infermieristica, medica, sociale, logopedica, fisioterapica, psicologica, etc. Tuttavia, nonostante I vecchi ospizi con i cameroni, i bagni collettivi e il vestiario di comunità non esistano più, nell’immaginario collettivo continua la retorica della sconfitta, del male necessario, del luogo da evitare. Questo è un problema indifferibile perché rovescia letteralmente i valori e i contenuti in campo, relegando in modo pregiudiziale le Rsa alla sventura sociale. Per affrontare in modo laico questa questione si potrebbe iniziare col dare una risposta chiara a questa domanda: è più importante dove una persona abita o come una persona sta. Io sono per la seconda ipotesi, a prescindere da dove abita, Rsa compresa.

Il valore sociale delle Rsa

A fronte di un mondo pieno di bisogni, i servizi per gli anziani sono pochi e poco differenziati: l’assistenza domiciliare, erogata sotto soglia Isee, ovvero per reddito familiare, riguarda prevalentemente le situazioni di marginalità sociale con servizi leggeri (2 o 3 ore settimana); l’assistenza domiciliare integrata, che interviene con l’azienda sanitaria dove sono prevalenti i bisogni sanitari (2 o 3 ore settimana) e poi i servizi semiresidenziali (centri diurni) e residenziali (le case di riposo).

Il problema non sono quindi le Rsa in sé ma il fatto che in realtà sono l’unica risposta strutturata. Come abbiamo visto, i Paesi nordici ci insegnano che le politiche domiciliari non sono una alternativa alle Rsa ma una parte della filiera dei servizi nei quali le Rsa assolvono a funzioni specifiche. Non istituzionalizzano chi può stare a casa propria, ma danno risposta appropriata alle persone che non possono più starvi. L’età media degli anziani in Rsa in Italia è di 86 anni; sono tutte persone non autosufficienti, persone che hanno bisogno di un elevato grado di protezione, nelle 24 ore, per 365 giorni all’anno. In Italia ci sono circa 350.000 posti letto di Rsa (o simili). Non bastano. Se dovessi esprimere il mio pensiero direi che servono più posti, più belli, più finanziati, più controllati.

Guardare il futuro

L’impegno principale per il futuro è sviluppare la rete di cui si è sempre parlato. Una rete coordinata e integrata, una rete flessibile, centrata sulla persona e non sulla burocrazia, fatta di servizi diversificati che riescono a pensare a tutto il processo di invecchiamento e non solo alle persone sole e non autosufficienti. Una rete che riesce a sviluppare politiche di comunità ricreando, nei diversi contesti sociali, un tessuto di relazioni tra le persone che sia in grado di includere chi è solo, chi soffre di solitudine, chi non ha più la forza per farsi la spesa o per farsi da mangiare. Una rete che valorizzi la forza straordinaria del volontariato, quello vero, che non pensa a sé stesso, ma al prossimo. Una rete che crei opportunità per chi, ad esempio, vuole riprogettare la propria vita in un cohousing insieme ad altri colleghi. Una rete di servizi e professioni che aiutino le famiglie ad assolvere alla propria funzione di accudimento a domicilio. Una rete che dia anche risposte di ricovero, laddove ci siano le necessità, rimodellando le Rsa in nuove comunità, con meno posti letto, con più stanze singole, dove oltre alle cure sanitarie vengano offerte opportunità sociali e attenzioni psicologiche. In questa prospettiva le Rsa possono diventare presidi territoriali fondamentali per i vecchi, punti di riferimento aperti 24 ore al giorno, riconosciuti dalle comunità come risorsa di sistema. Una sorta di “parrocchie laiche del sociosanitario” a cui le persone si affidano quando incontrano problemi nella cura e nell’assistenza alle persone anziane. Rsa che offrono residenzialità, domiciliarità, sviluppo delle comunità, assistenza in remoto.

*Direttore generale I.S.R.A.A. Istituto per Servizi di Ricovero e Assistenza agli Anziani

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