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Vaiolo della scimmia, Amcli: monitoraggio e attenzione alle norme di igiene primo contrasto alla diffusione

A closeup shot of a Rhesus macaque primate monkey sitting on a metal railing and eating something
Costituito un gruppo di studio per caratterizzare il virus e predisporre risposte terapeutiche tempestive

Il vaiolo della scimmia è un’infezione zoonotica (trasmessa dagli animali all’uomo) causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo (monkeypox virus) ma che è caratterizzata da minore trasmissibilità e gravità della malattia. Al momento sono segnalati più di 200 casi umani di vaiolo delle scimmie in vari paesi del mondo, con in testa Spagna, Portogallo e Regno Unito, acquisiti per trasmissione interumana. Non è noto come si sia verificato il primo contagio da animale a uomo che poi è stato introdotto in Europa innescando l’epidemia in corso. Il rapido accumularsi di segnalazioni di casi sospetti e/o confermati in Italia, indica che anche il nostro paese è interessato dalla diffusione di questo virus, che finora solo eccezionalmente si era diffuso da uomo a uomo. Questa eccezionalità. richiede l’instaurazione di un attento monitoraggio e una pronta segnalazione di eventuali casi sospetti al proprio medico di famiglia all’insorgere dei primi sintomi. I casi sospetti o confermati devono rimanere in isolamento fino alla completa risoluzione della sintomatologia sistemica e cutanea (caduta delle croste). Devono anche astenersi dalle donazioni di sangue, ed evitare contatti con persone fragili, che possono andare incontro a forme gravi.

Il ceppo virale coinvolto sembra essere quello più benigno, dell’Africa Occidentale.

Come noto il virus può essere trasmesso da uomo a uomo per contatto con cute infetta e i fluidi contaminati, attraverso esposizione prolungata ad aerosol respiratorio, o attraverso contatto con oggetti o biancheria contaminati. Il periodo di incubazione è generalmente compreso tra 6 e 13 giorni, ma può variare da 5 a 21 giorni. Oltre alla tipica eruzione cutanea che può interessare varie parti del corpo, i sintomi includono mal di testa, febbre, brividi, mal di gola, malessere, astenia, mialgia, mal di schiena e linfoadenopatia. I laboratori di microbiologia italiani si sono rapidamente attrezzati per una pronta diagnosi eziologica, che va fatta tenendo presente la differenziazione da altre infezioni che presentano sintomi simili, in particolare le eruzioni cutanee causate dagli herpesvirus o quelle provocate da infezioni batteriche.

Sono queste le prime indicazioni che AMCLI – Associazione Italiana Microbiologi Clinici Italiani – formula innanzi al diffondersi dei primi casi in Italia. “Il crescere delle segnalazioni di nuovi casi non deve essere interpretato come un segno allarmante della capacità diffusiva del virus bensì come l’efficienza del sistema di monitoraggio e prevenzione presente nelle strutture sanitarie territoriali; un positivo retaggio dell’esperienza tratta dalla pandemia che stiamo ancora vivendo” commenta Pierangelo Clerici, Direttore U.O. Microbiologia A.S.S.T Ovest Milanese.

“Il vaiolo delle scimmie è una zoonosi silvestre che può comportare infezioni umane accidentali, che di solito si verificano sporadicamente nelle parti boscose dell’Africa centrale e occidentale. Fattori di rischio finora riconosciuto sono il contatto con animali vivi e morti e la caccia e il consumo di selvaggina, ma anche con animali da compagnia importati dall’Africa. In passato i casi rilevati al di fuori dell’Africa sono stati sempre riconducibili ad esposizione ad animali infetti. Animali che possono essere scimmie, ma che nella maggior parte dei casi sono roditori, sottolinea Clerici.

La più grande epidemia nell’uomo verificatasi al di fuori dell’Africa ha coinvolto nei primi anni 2000 una quarantina di persone, il cui contagio è stato ricondotto, direttamente o indirettamente, all’esposizione a cani della prateria che avevano acquisito l’infezione da un ratto del Gambia importato negli USA come animale da compagnia.

Nella circostanza attuale, in cui la trasmissione interumana ha assunto un andamento epidemico, l’OMS e l’ECDC stimano che il fattore di rischio maggiore sia rappresentato da comportamenti altamente promiscui, inclusi quelli sessuali, che tipicamente implicano contatti stretti. Storicamente, la vaccinazione contro il vaiolo ha dimostrato di essere protettiva contro il vaiolo delle scimmie; l’OMS stima il grado di protezione intorno all’85%. In Italia la vaccinazione antivaiolosa universale è stata interrotta all’inizio degli anni 80, pertanto si stima che la fascia di popolazione sopra i 50 anni sia protetta. Al momento vi sono due vaccini, migliorati rispetto a quello somministrato fino agli anni 80 basato su virus vaccinia vivo, e un farmaco di recente approvazione anche in Europa, ma le scorte sono limitate. La ripresa della vaccinazione, eventualmente con approccio ad anello e sulla base della valutazione del rischio, è oggetto di valutazione.

Nessuna emergenza

Le autorità sanitarie a livello mondiale, europeo e nazionale, ribadiscono con forza che al momento li vaiolo delle scimmie non rappresenta un’emergenza, dal momento che i soggetti affetti sono facilmente riconoscibili per i sintomi tipici, e il contagio prevenibile limitando le occasioni di esposizione.

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