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Gli indifferenti

MONCHIERO
A urne chiuse ed esito conforme alle previsioni, dopo avere doverosamente sottolineata la mesta signorilità di Letta e la prudente discrezione della Meloni, espressa in apprezzati silenzi, viene voglia di parlare di elettori.

di Giovanni Monchiero*

Persino superfluo evidenziare la crescente disaffezione alle urne. La percentuale dei votanti non raggiunge il 64%, nuovo record di astensionismo per le politiche, peraltro già ampiamente battuto nelle ultime consultazioni amministrative, dove in molti comuni i renitenti al voto hanno superato la metà degli aventi diritto. Segno dei tempi, del progressivo disinteresse per la cosa pubblica che dagli Stati Uniti d’America si è diffuso in molte democrazie occidentali. Il mal comune raramente è fonte di reale consolazione, ma, almeno, induce ad accantonare il moralismo qualunquista che tende a rinvenire la causa dell’astensionismo nella mediocrità della classe politica che, se mai, è un effetto dell’azione degli elettori. Propongo un’altra spiegazione: la gente non va a votare semplicemente perché non vuole scegliere.

Il tempo delle ideologie e dei partiti di massa appartiene ad un passato che non ritornerà. Il voto, all’epoca, era l’espressione di un sentimento di appartenenza: si votava comunista perché si era comunisti e così, analogamente, per tutti gli altri partiti. L’elettorato era molto stabile, i risultati costanti, con variazioni minime. Poi si cominciò a dubitare dei tratti distintivi della destra e della sinistra e, per successivi passaggi di disaffezione, ogni riferimento identitario si azzerò.

In una notte in cui tutte le vacche sono nere, il voto politico di opinione è rimasto abitudine di pochi. Altri possono perseguire un qualche interesse, vero o presunto. Ma la maggioranza è guidata dall’emozione del momento, dalla simpatia del candidato o da qualche cattivo pensiero, ma soprattutto dalla gran voglia di cambiare.

Assistiamo, da un decennio in qua, ad un fenomeno nuovo: successi repentini, veri e propri trionfi, seguiti da rapide decadenze. Proviamo a rinfrescarci la memoria. Nel 2013 la sinistra ottiene il premio di maggioranza alla Camera ma non al Senato, il segretario Bersani viene giubilato, subentra Renzi, il “rottamatore,” che assume la Presidenza del Consiglio con il celebre sgarbo a Letta (“Enrico, stai sereno”) e, un paio di mesi dopo, alle Europee, porta il PD al di sopra del 40%, risultato storico, mai raggiunto in Italia da nessun partito di sinistra.

Sembra l’inizio di una nuova era. Invece, in pochi anni, Renzi fallisce nell’ambizioso progetto di riforma della Costituzione, dilapida tutto il credito ottenuto e alle elezioni successive il PD precipita al 17%. Il resto è storia recente: Renzi fonda un suo partito, l’opinione pubblica lo segue sempre di meno e, per tornare in parlamento, deve accodarsi all’amico-rivale Calenda.

Nella campagna elettorale del 2018 la destra sembra destinata a vincere e la sfida tra Forza Italia e Lega per la leadership assume toni vivaci. La spunta Salvini, che passa dal 4% della consultazione precedente ad un vistoso 17%. Ma la destra non ha i numeri per governare. Partito di maggioranza relativa è il Movimento 5stelle, che grazie alla proposta del reddito di cittadinanza, va al di là di ogni pronostico, stravince al sud e raggiunge il 32% che significa un terzo dei parlamentari. Le trattative per la formazione del nuovo governo sono lunghe e difficili. Alla fine, Salvini decide di appoggiare i pentastellati, diventa Ministro dell’Interno, attua una politica di ostacolo all’immigrazione che incontra il favore dell’opinione pubblica, e la Lega, alle successive Europee del 2019, ottiene un trionfale 34%. Sono passati solo 6 anni dal ricordato 4% del 2013. Ne basteranno tre per riprecipitare all’8% di oggi.

La legislatura appena conclusa vede tre governi con maggioranze diverse. Prima 5stelle-Lega, poi 5stelle-PD, infine il governo di unità nazionale presieduto da Draghi cui partecipano tutti eccetto Fratelli d’Italia.

L’unico partito che è sempre stato all’opposizione cresce nei sondaggi e ancor più nelle urne. Dal 2% del 2013, al 4% del 2018, al 26% di domenica scorsa. Una marcia trionfale.

La costante di tutta questa serie di ascese e tonfi è la gran voglia di cambiamento di un elettorato che non ha convinzioni, è per lo più indifferente ai problemi della cosa pubblica e non si sottrae alla tendenza, molto italiana, a correre in soccorso al vincitore.

È la nuova forma della democrazia rappresentativa. Per evitare catastrofi, credo sia saggio rafforzare non il potere politico ma le istituzioni.

*Editorialista Panorama della Sanità

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