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Tecnici, non orfani

PS9-Monchiero
Fra le tante cose ricorrenti ed inutili che si dicono in campagna elettorale, occupa un posto di rilievo la doglianza che i programmi politici stiano trascurando questo o quel problema, questo o quel settore vitale della società o dell’economia, naturalmente quello sta a cuore al dolente

di Giovanni Monchiero

I programmi elettorali non servono a nulla, specie adesso che nessuno troverebbe mai tempo e voglia di leggerli. Da decenni non incidono sull’esito delle elezioni e non l’hanno fatto nemmeno in questa occasione. Denunciarne le lacune è un vezzo sostanzialmente innocuo cui si abbandonano anche le “firme” più illustri. Nelle settimane precedenti il voto abbiamo letto (mi limito alle prime pagine dei quotidiani) che i partiti (tutti, indistintamente, come consigliano par condicio e sana prudenza) hanno dimenticato la scienza, trascurato la cultura, abbandonato la scuola, gettato briciole alla ricerca e relegata in un angolo la sanità.

Nel mondo della sanità l’eco suscitata da ovvietà ai limiti del lapalissiano (bisogna curare la sanità per consentirle di curare i malati) si è ingigantita, di rimbombo in rimbombo, sino a diventare tuono assordante. La Fondazione Gimbe ha voluto approfondire questa sensazione dando vita ad un monitoraggio “terzo” dei programmi elettorali e documentandone, con precisione, superficialità e lacune. Ordini professionali, società scientifiche, associazioni di pazienti, professori di chiara fama e sindacati, grandi e piccoli, frammentati in mille forme di rappresentanza, tutti hanno protestato per l’apparente disinteresse della politica per il nostro tribolante Servizio Sanitario Nazionale.

Anche solo per coerenza con le considerazioni iniziali sulla consistenza dei programmi elettorali, non potrei unirmi al coro degli orfani. Aggiungo, anzi, qualche buona ragione per astenerci dal piagnisteo e non abbandonarci allo sconforto.

Cominciamo col dire che mi pare perfettamente inutile chiedere soldi. Il paese si era appena sollevato della lunga crisi economica provocata dal terremoto finanziario del 2008, era tornato a crescere il PIL e con esso il finanziamento della sanità pubblica, ed ecco che il Covid prima e la guerra poi, con conseguente crisi di approvvigionamento di materie prime e fonti energetiche, ci stanno trascinando a una nuova recessione. Sollecitare incrementi del Fondo sanitario assomiglia più ad un sogno che a una richiesta.

Non perdiamo tempo e cerchiamo di guardare alla gravissima crisi che ci attende come ad una opportunità. Così almeno ci insegnavano nelle scuole di management. Proviamo a metterlo in pratica.

Non è detto che le lacune dei programmi elettorali siano figlie di trascuratezza o cinismo. Più probabile che la politica non abbia maturato una visione d’insieme, che abbia il sentore del problema ma non riesca ad elaborare soluzioni. E questa è davvero una grande opportunità: si possono fare proposte senza scontrarsi con posizioni politiche precostituite.

Partiamo dai dati di fatto. Il Pnrr, secondo la sua natura, prevede investimenti in strutture e tecnologie ma non costituisce una riforma. Anzi, la tentazione, sempre presente, di aggiungere il nuovo e conservare il vecchio potrebbe tradursi in un consistente incremento della spesa corrente che, nell’immediato futuro, appare insostenibile.

Mettiamo un primo punto fermo: se non interverremo sull’organizzazione, avremo case e ospedali di comunità vuoti. Mi sia consentita una parentesi. La denominazione stessa di queste strutture sa di stantia retorica: dove andremo a riconoscere, nelle nostre metropoli, una comunità di 150.000 abitanti? Nelle aree dove la popolazione è più sparsa, il sentimento della comunità sopravvive ma si scontra con i limiti della storia e delle distanze. E, al di là della denominazione, comunque benaugurante, l’ospedale di comunità altro non sarebbe che il vecchio “ospedale per cure intermedie” che conta decine di diversi tentativi di realizzazione mai pienamente riusciti.

Il Pnrr – questa rivista lo sostiene da tempo – va accompagnato da una vera riforma che esige un forte contributo dei tecnici – professionisti sanitari, amministrativi, manager, docenti – che operano in sanità. La congiuntura economica ci impone un cambiamento organizzativo “iso-risorse” che per risultare utile dovrà essere radicale.

Dato il contesto, la logica ci dice che per poter svolgere attività nuove occorre ridurre le preesistenti, individuando con chiarezza quelle diventate ormai inutili. Il cambiamento non è compatibile con la tutela dell’esistente.

Tra le proposte generiche che noi tutti facciamo in ogni occasione non mancano mai il rafforzamento dei servizi territoriali e l’integrazione ospedale-territorio. Siamo tutti d’accordo, ma da dove cominciare? Mettere nuove energie in ciò che stiamo facendo da decenni con crescente insuccesso o cambiare la prospettiva del ragionamento?

A volte mi chiedo se il concetto di “cure primarie” sia ancora attuale e se non sarebbe più opportuno sostituirlo con quello di “presa in carico”. Il servizio sanitario nazionale deve innanzitutto accogliere il paziente, valutarne i bisogni e seguirlo nel suo percorso di cura. Le tecnologie ci consentono soluzioni impensabili al tempo della riforma e rendono obsolete le regole scritte allora. Senza nuove regole, per contro, non riusciremo a valorizzare appieno le potenzialità del progresso.

Forza tecnici! È il nostro momento. La politica in sanità cammina per un sentiero buio. Ha bisogno di luce e la torcia elettrica l’abbiamo in mano noi.

*Già Presidente Fiaso, Federazione Italiana Aziende sanitarie e Ospedaliere

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Sfoglia il nuovo numero di ottobre di PANORAMA DELLA SANITÀ. Come ogni mese il dibattito aperto ha coinvolto numerose firme importanti del nostro settore, in un dialogo referenziato che mira a coinvolgere e contribuire ad una sempre più nuova visione del nostro sistema sanitario.

 

Hanno scritto per noi: Tonino Aceti, Maura Casadio, Francesco Cattel, Bruno Cavaliere, Gabriella D’Ettorre, Ottavio Davini, Maria Ernestina Faggiano, Bernardino Fantini, Gioacchino Galardo, Nicoletta Gandolfo, Anna Luisa Geraci, Andrea Giovagnoni, Roberto Grassi, Enrique Häusermann, Emanuele Lettieri, Antonino Massone, Vittorio Miele, Giovanni Monchiero, Giandomenico Nollo, Anna Odone, Marcello Pani, Fabrizio Polverini, Damiano Rizzi, Chiara Sgarbossa, Angelo Tanese, Marco Trabucchi

 

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