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In Senato Zaffini e Lorenzin sulla sanità

La capogruppo del M5s al Senato Mariolina Castellone tra i senatori del M5s in aula durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia al decreto aiuti al Senato, Roma, 14 luglio 2022. ANSA/ANGELO CARCONI
Durante il dibattito sulla fiducia, la sanità è stata al centro degli interventi dei due senatori.

Una Commissione d’inchiesta sul Covid, le professioni sanitarie, e la campagna vaccinale. Sono queste le priorità evidenziate ieri da Francesco Zaffini di Fratelli d’Italia che al Senato, durante il dibattito sulla fiducia, ha rivolto il suo intervento al ministro della Salute. Il tema della sanità è stato affrontato anche da Beatrice Lorenzin del Partito Democratico. Nel suo intervento l’ex ministro della Salute, rivolgendosi al presidente Giorgia Meloni, ha puntualizzato come nel discorso di insediamento del presidente del consiglio “non si sia affrontato per nulla uno dei nodi più importanti e complessi della nostra società e del futuro del welfare. Mi riferisco – ha spiegato Lorenzin – al futuro del nostro Servizio sanitario nazionale e della ricerca biomedica, la sua sostenibilità e le riforme strutturali necessarie su prevenzione e personale sanitario, rimaste incomplete a causa della fine anticipata della legislatura, così come i nodi aperti nel rapporto tra Stato e Regioni e l’erogazione e il rispetto dei livelli essenziali di assistenza e dei livelli sociali delle prestazioni”. Pubblichiamo di seguito gli interventi integrali dei due senatori.

Francesco Zaffini (FdI): mi rivolgo al Ministro della salute: reputo che, se la politica e lo Stato si devono occupare del benessere dei cittadini, la prima cosa a cui devono prestare attenzione è evidentemente la loro salute e Dio solo sa quanto sia importante ridare centralità a questo Ministero, dopo tutto quello che è accaduto nei due anni di emergenza legata al Covid. Signor Ministro, abbiamo bisogno di riforme di sistema: a quarantadue anni dal disegno dell’architettura del nostro Sistema sanitario nazionale, oggi c’è bisogno di riforme di sistema che rimettano al centro il cittadino; che rimettano al centro la necessità di distribuire i livelli essenziali di assistenza (LEA) in tutto il territorio nazionale; che rimettano in fila un sistema efficace ed efficiente di riassorbimento delle prestazioni sospese e delle liste d’attesa. Sono queste le tre grandi emergenze alle quali si dovrà mettere mano immediatamente dai primi giorni di lavoro.

Ora però, Ministro, ci sono tre grandi priorità. La prima è una Commissione d’inchiesta sul Covid. Come ha detto perfettamente il presidente Giorgia Meloni, occorrerà fare chiarezza su quanto avvenuto durante la gestione della crisi pandemica. Lo si deve a chi ha perso la vita, a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori. E mi rivolgo al collega Licheri che parla di lobbisti. Servirà istituire non una bicamerale, ma una monocamerale d’inchiesta, qui in Senato, perché noi per tutta la scorsa legislatura ci siamo adoperati in Commissione sanità e in Aula per convincere i colleghi della necessità di fare chiarezza anche di fronte ai cittadini che ci guardano, anche per raccontare con serietà che cosa è accaduto durante l’emergenza e alla fine – speriamo – dell’emergenza, chiudiamo questa bruttissima pagina di storia italiana garantendo informazione sana e corretta. E lo dico perché – mi riferisco a un altro passaggio dell’intervento del presidente Meloni – l’informazione corretta, la prevenzione e la responsabilizzazione sono più efficaci della coercizione in tutti gli ambiti e l’ascolto dei medici sul campo è più prezioso delle linee guida scritte da qualche burocrate o dalla coercizione di fatto, posta anche surrettiziamente, dell’obbligo vaccinale attraverso il green pass.

Bisognerà, Ministro, mettere mano alle professioni sanitarie. Abbiamo un grandissimo disagio in tutto il mondo delle professioni sanitarie. Per fare questo, Fratelli d’Italia ha elaborato degli spunti programmatici per intervenire, ad esempio, sul numero chiuso, una vicenda che dovrà essere affrontata, ovviamente, in collaborazione con il Ministero dell’università. Ci sono molte idee in proposito: basta guardare anche a quello che accade all’estero, perché a volte si possono anche semplicemente assumere le buone prassi e le buone esperienze degli altri e cercare di risolvere il problema. L’imbuto formativo è stato aggredito nella scorsa legislatura – questo va detto – ma non è stato risolto il problema degli specializzandi.

Serve ridare centralità ai medici di medicina generale: questi convitati di pietra della sanità nazionale, anche nella fase dell’emergenza, devono ritrovare centralità e lo possono fare – anche in questo caso – attraverso una serie di riforme di sistema che attengono alla loro professione. Soprattutto si devono ritrovare al centro della programmazione, anche nell’attuazione del PNRR, perché è proprio nelle professioni sanitarie che la riforma del PNRR, nella missione 6, troverà il suo punto debole. È lì che la riforma può veramente fallire ed è lì che la messa a terra di tutto quello che è previsto nel PNRR può trovare le maggiori difficoltà.

Signor Ministro, serve ripartire con la campagna vaccinale, perché il Covid non è affatto sparito, non è lo stesso e oggi è aggredibile diversamente, anche con le terapie domiciliari. Oggi abbiamo fortunatamente la possibilità di curare il Covid, ma serve ripartire con la campagna vaccinale. Per fare questo, dobbiamo mettere a disposizione i nuovi vaccini. Capiamo bene che, avendo acquistato circa 10 dosi di vaccino a testa, forse a qualcuno viene in animo – come si dice – di smaltire le scorte. Vorremmo però capire come si possa pretendere di continuare a convincere gli italiani del fatto che bisogna vaccinarsi per un virus che, di fatto, oggi non esiste più. Quindi servono i nuovi vaccini e occorre trasferire alle Regioni questi strumenti, affinché possano agire rapidamente nei confronti di questa necessità.

Siamo tutti consapevoli e sentiamo il peso di più di un decennio di crisi che hanno sconvolto le nostre certezze, abbattendosi sugli italiani, dalla crisi del debito ai cambiamenti climatici, fino alla pandemia, all’inflazione e al caro bollette, che stanno rendendo difficile la sopravvivenza di migliaia di famiglie, mettendo in crisi anche il presente della nostra impresa, in uno scenario ancora aperto della guerra in Ucraina. Sconvolgimenti che hanno cambiato le nostre vite e modificato il modo in cui leggono presente e futuro milioni di italiani, in primis i giovani.

Beatrice Lorenzin (PD): L’agenda sociale in questo contesto è per noi una priorità; sono i più deboli e i più fragili a pagare il prezzo delle crisi proprio perché in tempo di crisi aumentano le disuguaglianze. Presidente, i più fragili tra i fragili sono i malati. La malattia ci rende tutti uguali, ma c’è chi è meno uguale degli altri: i poveri, i malati poveri, spesso anziani, bambini e donne e i dati ci dicono sempre più nel Sud Italia. Non mi appassiona la contabilità dei temi nei discorsi di insediamento. Avremo tempo per capire il suo indirizzo politico ed esercitare il nostro diritto di opposizione. Il suo però è stato un manifesto programmatico e mi preoccupa che non si sia affrontato per nulla uno dei nodi più importanti e complessi della nostra società e del futuro del welfare. Mi riferisco al futuro del nostro Servizio sanitario nazionale e della ricerca biomedica, la sua sostenibilità e le riforme strutturali necessarie su prevenzione e personale sanitario, rimaste incomplete a causa della fine anticipata della legislatura, così come i nodi aperti nel rapporto tra Stato e Regioni e l’erogazione e il rispetto dei livelli essenziali di assistenza e dei livelli sociali delle prestazioni.

In questi tempi, dove ogni risorsa è preziosissima, non possiamo perdere le tranche del PNRR; lo dico alla luce del dibattito nella campagna elettorale proprio sui temi del PNRR che riguardavano e riguardano la sanità. In particolare, quale sarà il futuro delle case di comunità, la digitalizzazione del sistema sanitario e i nuovi macchinari per la diagnostica, senza le riforme di accompagnamento del PNRR? Tali riforme dobbiamo realizzarle in questo Parlamento o il PNRR non si farà. Se perdiamo questi 20 miliardi, con essi perdiamo l’occasione di ammodernamento del nostro Sistema sanitario nazionale universalistico e uguale per tutti.

Credo che in quest’Assemblea, nonostante le differenze di idee e visione, nessuno possa dimenticare la lezione che questi anni la pandemia ci ha consegnato: investire in salute vuol dire investire in sicurezza nazionale e tenuta sociale ed economica. La salute non deve essere la cenerentola del Governo e lo dico con esperienza, soprattutto perché alla luce della crisi economica che stiamo vivendo adesso, alle scelte che il Governo dovrà fare in questo Parlamento, dove saremo chiamati a scegliere in una guerra tra poveri, non possiamo permetterci di ridurre il Fondo sanitario nazionale. Non possiamo permettercelo perché è una questione innanzitutto di giustizia e di futuro; futuro dei giovani, futuro per il lavoro, per l’economia del nostro Paese.

Dobbiamo anche affrontare quelli che sono nodi irrisolti, rimasti sotto il tappeto, che sono i nodi del rapporto tra Stato e Regioni, tra Sud e Nord; questioni che ancora non sono state affrontate in modo risolutivo in più di venti anni di riforme. Se non lo facciamo, a farne le spese saranno solo i pazienti, i più fragili, i più deboli, i pazienti malati di malattie rare. Abbiamo liste d’attesa infinite e tutti ci chiedono assistenza. Non riusciremo a fare la riforma del personale sanitario, che è una priorità in questo Paese, perché migliaia di persone ogni anno se ne vanno.

L’ultima parola me la faccia dire sulla scienza. Ho finito il mio tempo, Presidente, ma una cosa la voglio dire: ho assistito in questi anni, in quest’Aula, ad un conflitto che deve finire tra scienza e politica. Deve finire. Il conflitto è finito nelle piazze, il conflitto ha portato scienziati e ricercatori e ricercatrici italiani a essere sotto scorta in questo Paese. Ha prevalso l’irrazionalità, perché non c’è fiducia. Nel metodo scientifico non c’è un dogma, non c’è un’ideologia, c’è semplicemente il fatto di affidarci al metro utilizzato da Galileo (più made in Italy di lui non c’è nessuno). É dal 1600 che fondiamo il nostro sviluppo su questo. Se ci affidiamo all’evidenza e rieduchiamo noi stessi e i cittadini alla cultura scientifica, possiamo garantire un futuro di benessere sulle filiere delle scienze della vita, uno switch per il Paese e un cambiamento di trasformazione industriale nel mondo del lavoro e nella ricerca. Potremo così sfidare ed essere competitivi – e continuare a esserlo – nel mondo.

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