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Il Nome

Giovanni Monchiero
Preferisco parole chiare, capaci di trasmettere concetti inequivocabili, come si conviene all’attività di governo. Salute e Sanità non sono sinonimi o almeno non lo sono più da quando, nell’Ottocento, si è affermato il concetto di sanità pubblica.

di Giovanni Monchiero*

C’era una volta il Ministero della Sanità. E nemmeno in un tempo lontano. Correva infatti l’anno 1958, quando parve opportuno assegnare a nuovo, apposito, dicastero le competenze di sanità pubblica prima affidate al Ministero degli affari Interni e delegate a livello provinciale al Prefetto e a livello comunale al Sindaco. Ordinamento che risaliva ai primi anni del Regno d’Italia, sostanzialmente mutuato dalla organizzazione amministrativa sabauda.  All’epoca la principale preoccupazione dei governi in materia sanitaria era gestire quell’insieme di politiche preventive e di interventi straordinari che andavano sotto il nome di sanità pubblica. Alla salute ognuno provvedeva da sé, per quel che poteva; dei meno abbienti si prendevano cura gli ospedali e le altre organizzazioni di beneficienza. Con la rivoluzione industriale, in Italia in ritardo di quasi un secolo rispetto all’Inghilterra, si svilupparono le prime società di mutuo soccorso fra i lavoratori meglio organizzati, seguite da forme assicurative private e poi da quelle pubbliche. Con il boom del secondo dopoguerra i compiti statali in materia erano divenuti troppo complessi per mantenerne la gestione in una sezione del Ministero degli Interni. Di qui la nascita del nuovo ministero che ebbe come primo titolare Vincenzo Monaldi, un medico illustre.

Vent’anni dopo il nostro paese si dotò di un Servizio Sanitario Nazionale strutturato sul modello del NHS inglese, una rivoluzione epocale. All’inizio del nuovo secolo, la modifica del Titolo V della Costituzione produsse una ulteriore regionalizzazione della sanità. Quasi in contemporanea, nel 2001, si decise di cambiare anche il nome del Ministero, ribattezzato della Salute. “La nuova denominazione – si legge sul sito ufficiale – rispecchia la nuova missione svolta dal ministero in linea con il concetto espresso dell’OMS che definisce la salute come condizione non più di assenza di malattia ma di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Primo Ministro della Salute fu Girolamo Sirchia, un altro medico illustre.

Un tempo il linguaggio della burocrazia descriveva compiti e funzioni, oggi si sforza di tramettere visioni. Al Ministero della Salute, in nome dell’innovazione, è successo anche, nel 2008, di venire accorpato nell’unico immenso Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, che assorbiva più della metà del bilancio dello Stato. Troppo per un uomo solo e per gli equilibri di governo. L’esperimento durò meno di due anni e il primo titolare della ritrovata autonomia fu ancora un medico illustre, Ferruccio Fazio.

Come avrete capito, questa faccenda del nome mi lascia da sempre perplesso. Preferisco parole chiare, capaci di trasmettere concetti inequivocabili, come si conviene all’attività di governo. Salute e Sanità non sono sinonimi o almeno non lo sono più da quando, nell’Ottocento, si è affermato il concetto di sanità pubblica. La salute come abbiamo visto è una auspicata condizione del singolo. Secondo il Battaglia – monumentale dizionario della nostra lingua, in 25 volumi per un peso di 92 Kg – la sanità è, invece,  tutela della salute della collettività e delle condizioni igieniche, mediche e sociali che servono a garantirla, a difenderla e a ripristinarla e diffonderla, come compito proprio delle pubbliche amministrazioni. Ed è anche l’insieme degli organismi pubblici a tale compito preposti.

Dal punto di vista lessicale, chiamare “della Salute” il ministero della Sanità, è come se il Ministero dei Beni Culturali venisse ribattezzato della Bellezza. Per la verità, nel nuovo Governo, si chiama già della Cultura, un passo alla volta.

Del resto, abbiamo avuto, nel recente passato, ministeri dai nomi tanto evocativi – da quello della Gioventù a quello delle Famiglia, alle Pari Opportunità, alle Riforme, alla Devoluzione – quanto improduttivi, anche perché non era chiaro in che cosa si potesse concretizzare la loro azione.

Su questo terreno, il nuovo governo ha compiuto passi da gigante. Alla derelitta Istruzione, in crisi da decenni, si chiede di curare il merito: il solo nominarlo ha diffuso stupore e sgomento. Al ministero dell’Agricoltura, soppresso da un referendum nel 1993 e immediatamente resuscitato, si affianca “la sovranità alimentare”. Il nome sembra richiamare la cara vecchia autarchia, obiettivo un po’ difficile da perseguire in un paese esportatore di cibi e vini di qualità, ma che, per vivere, importa quasi 50 miliardi l’anno di alimenti, dal grano, alle carni, agli oli (compreso quello d’oliva), alla frutta.

Ma nulla eguaglia in suggestione il nuovo Ministero, senza portafoglio, del Sud e del Mare. Me lo vedo il ministro meditare, da uno scoglio delle Egadi, sui mali, incurabili, del mezzogiorno, sulla storica tonnara deserta, sui grandi tonni che non esistono più in un mare sempre più povero. Poesia, rimpianto, malinconia. A sollevarlo dalla depressione è giunta, da qualche giorno, la delega alla Protezione Civile, che c’entra poco con il Mare, anche meno con il Sud, ma che gli darà qualcosa di serio di cui occuparsi.

Al nostro Ministro – quello della Salute, ovviamente –   il lavoro non manca. Non si faccia trarre in inganno dal nome e, da medico illustre, si occupi di sanità. Il claudicante Servizio Sanitario Nazionale ne ha davvero bisogno.

*Editorialista di Panorama della Sanità

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