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Mezzogiorno: Permane una diffusa “emigrazione sanitaria”

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Una componente significativa del territorio italiano è caratterizzata da differenze rilevanti e persistenti rese ancor più evidenti dalla pandemia. Un’analisi dell’Istat su “I divari territoriali nel Pnrr: dieci obiettivi per il Mezzogiorno”.

Nel Mezzogiorno permane una diffusa “emigrazione sanitaria”: i ricoveri extra-regionali sono il 9,6% di quelli interni (6,2% nel CentroNord). In oltre 1 Provincia su 5 (21,1%; 7,2% nel Centro-Nord) tale mobilità sanitaria è molto intensa. È quanto evidenzia l’Istat in un lavoro che fornisce 10 “istantanee” ispirate ai principali orientamenti strategici e tematici del Pnrr relative alle questioni del meridione d’Italia, dal titolo “I divari territoriali nel Pnrr: dieci obiettivi per il Mezzogiorno”. “Com’è noto – afferma l’Istat nella premessa del lavoro – una componente significativa del territorio italiano è caratterizzata da divari rilevanti e persistenti. Il Mezzogiorno è il territorio arretrato più esteso dell’area euro, che ha sofferto in modo accentuato la Grande crisi del 2008 e, da ultimo, l’impatto della pandemia. Tuttavia, è anche un contesto dalle grandi potenzialità e differenziazioni interne, dove risiedono oltre venti milioni di abitanti (circa un terzo della popolazione italiana), con un tessuto produttivo che – pur debole e incompleto – potrebbe generare effetti positivi per il Paese. Quello dei ritardi del meridione d’Italia è da più di un secolo una priorità nazionale e un ambito privilegiato di attenzione nel dibattito e nelle politiche per lo sviluppo e la coesione sociale. Non a caso, l’attualità e urgenza della “questione meridionale” è un punto qualificante del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, cui viene dedicata una priorità trasversale (“ridurre i divari di cittadinanza”) e destinate risorse ingenti (circa il 40% del totale) per finanziare riforme e interventi, talvolta esclusivi per le 8 regioni del Sud. In presenza di policy così ampie e ambiziose è compito della Statistica Ufficiale contribuire a valorizzare il potenziale informativo disponibile per sostenere il processo decisionale e valutativo”. L’analisi precisa l’Istat “non ha alcuna ambizione specifica riguardo alla ricchezza contenutistica del Piano, né – ancor meno – al vastissimo dibattito sul Mezzogiorno. Il taglio è di tipo storico-comparativo, incentrato sui trend del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord e sull’articolazione dei divari interni, di livello sub-regionale”.

Tra le evidenze salienti, l’emigrazione ospedaliera
Nella primavera e autunno del 2020 – quando l’Italia è stata interessata dalle prime ondate della pandemia – si sono palesate importanti fragilità del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn): lo stress della domanda correlata al Covid-19 ha limitato le prestazioni ospedaliere scoraggiando la domanda non urgente. Il PNRR focalizza alcune criticità del Ssn (Missione 6), che – sebbene presenti esiti relativamente adeguati – in prospettiva potrebbe risentire negativamente delle tendenze demografiche, epidemiologiche e sociali in atto. Peraltro, anche su questo piano sussistono da tempo rilevanti squilibri territoriali. Un rigoroso studio sulle performances dei 21 sistemi sanitari regionali della seconda metà del Duemila segnalava per le Regioni del Sud “i peggiori indici di efficienza, appropriatezza e qualità dei servizi sanitari (ospedalieri)” (Formez, 2007, p. 182). Inoltre, incrociando una serie di indicatori di funzionalità con parametri di spesa pro-capite, emergeva che “tra le regioni con bassi livelli di spesa ma elevati risultati, sono paradigmatici i casi di Lombardia, Veneto, Marche, Umbria e Toscana. Al contrario, le Regioni con bassa spesa e bassi risultati sono tutte nel Sud: Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna” (ibidem, pp. 185-186).


 

Emigrazione ospedaliera (extra-regione). Tutte le Province. Anno 2020 (valori %)


In tempi recenti il quadro non appare molto mutato, e anzi si parla di “sanità più diseguale” (Viesti, 2021, pp. 298 e segg). La bassa spesa sanitaria, che in Italia continua a essere inferiore alla media Europea, ha prodotto una “contrazione del sistema sanitario”, più accentuata nel Mezzogiorno dove il finanziamento pubblico è, di norma, più basso. Nel 2018, le regioni con una spesa pubblica per abitante superiore alla media nazionale (1.911 euro/ab.) sono quasi tutte del Centro-Nord (8 casi su 9, eccetto il Molise). Viceversa, sotto la media ricade quasi tutto il Mezzogiorno, con Calabria (1.705) e Campania (1.783) nelle posizioni di coda (Istat, 2020c, pp. 101 e 115). E’ il portato dei cosiddetti “Piani di rientro” (avviati nel 2007 e riproposti nel 2017) che nell’ultima fase hanno interessato 6 Regioni del Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) oltre al Lazio. Ne sono scaturite: una riduzione importante del personale sanitario (medici e soprattutto infermieri); della dotazione di strutture, macchinari e di posti letto negli ospedali; dei servizi territoriali. Tutti questi aspetti hanno inciso in senso problematico sulla qualità del sistema sanitario, soprattutto nel Mezzogiorno.

Il monitoraggio periodico dei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) segnala performance sensibilmente inferiori per le Regioni in Piano di rientro su molti fronti (prevenzione, assistenza distrettuale, esiti, etc.), cui si associano più diffusi problemi di salute e percezioni soggettive peggiori (Istat, 2020). L’effetto più evidente dei crescenti divari qualitativi in sanità è rappresentato dalla ricerca di cure ospedaliere in regioni diverse da quella di residenza. Il fenomeno è riconducibile storicamente a più fattori: oltre alla prossimità geografica (la vicinanza a strutture regionali di chi abita lungo i confini; l’essere fuori sede per motivi di studio o lavoro), può incidere il grado di fiducia (o soddisfazione) verso i servizi locali, le liste di attesa, l’alta specializzazione, e così via. Nel 2020, le giornate di degenza di pazienti ricoverati in una regione diversa dalla propria sono circa 351mila, date le limitazioni indotte dalla pandemia in sensibile calo rispetto al 2019 (492.567; -28,8%). Dal 1999 in poi, tale insieme si è ridotto progressivamente, e a fine periodo (2020) il saldo negativo è di circa 285mila giornate (-13.500 circa ogni anno), con un differenziale negativo del 44,8% (-22,5% sul dato 2019). Tale diminuzione deriva soprattutto dalla minore mobilità extra-regionale dal Mezzogiorno: era il 47,6% del totale nel 2000 e cala negli anni fino al 43,8% del 2019 (42% nel 2020). Dal 1999 al 2019, la riduzione nel Sud e Isole è del 28,8% (-51,4% al 2020), contro il 16,9% del Centro-Nord (-38,9% al 2020). Nello stesso periodo diminuiscono anche le giornate di degenza ospedaliera infra-regionale, soprattutto nel Mezzogiorno (-46,3%; -31,9% nel Centro-Nord). Sono i sintomi della “contrazione” del sistema, non a caso più evidenti in contesti interessati dai piani di rientro (soprattutto Calabria, Puglia, Campania).


 

Emigrazione ospedaliera (extra-regione). Province del Mezzogiorno. Anni 2005, 2020 e relative tendenze (valori %)

Fonte: Istat – Indicatori territoriali per le politiche di sviluppo

 


Questo diverso andamento territoriale si conferma nel trend di lungo periodo dell’indicatore di “emigrazione ospedaliera”. Il rapporto tra le dimissioni ospedaliere effettuate in regioni diverse da quella di residenza e il totale delle dimissioni dei residenti nella regione è una proxi della capacità attrattiva dei servizi sanitari del territorio. Sul piano nazionale, nel 2019 l’indicatore si attesta intorno all’ 8,4% (7,3% nel 2020), con una certa tendenza incrementale (era 6,7 nel 1999, 7,4 nel 2010) che deriva da un aumento generalizzato ma più sostenuto nel Mezzogiorno, dove è storicamente ben più elevato (Figura 19). Ciò ha comportato un progressivo ampliamento del divario, sintomo di una crescente propensione a curarsi fuori dal proprio territorio, malgrado i (o forse, a causa dei) piani di risanamento. Le regioni più esposte al fenomeno sono Campania, Calabria e Sicilia (56% del totale dei ricoveri extra-regione del Mezzogiorno). Lombardia, Emilia Romagna e Veneto – tradizionali regioni attrattive di utenza dal Sud Italia – presentano i valori più bassi dell’indicatore.
La differente intensità dell’emigrazione sanitaria appare ancora più evidente se si considerano le componenti territoriali e di popolazione interessate a vari livelli (Figura 20). Considerando il dato più aggiornato relativo al 2020, anno di restrizioni straordinarie alla mobilità territoriale (ma il quadro non si discosta molto dal 2019), il fenomeno appare molto diffuso soprattutto nel Mezzogiorno, dove oltre un terzo della popolazione vive in contesti caratterizzati da una mobilità sanitaria extra-regionale elevata (17,3% nel Centro-Nord). Risiede in aree “critiche” oltre 1 abitante su 10 del Mezzogiorno (3,7% nel Centro-Nord). La probabilità di doversi recare in altra regione per curarsi è particolarmente elevata in Calabria: qui tre province su 5 (Reggio Calabria, Vibo Valentia, Cosenza) confluiscono nel livello critico. Un’emigrazione sanitaria molto elevata si riscontra in un raggruppamento di casi con quote significative di residenti in “aree interne” (Campobasso 27,0; Isernia 28,2; Potenza 22,8; Matera 28,9; Teramo 20,4), che si conferma fattore di particolare svantaggio anche nell’accesso ai servizi sanitari.

Impoverimento demografico

I ritardi del Mezzogiorno stanno aumentando – rileva l’Istat – i rischi di un eccessivo e non reversibile impoverimento demografico. Fra il 2011 e il 2020 si è registrato il primo calo di popolazione nella storia recente del Mezzogiorno (-642mila abitanti; +335mila nel Centro-Nord). A tendenze invariate, nel 2030 i residenti scenderanno per la prima volta sotto la soglia critica dei 20 milioni di abitanti, con una riduzione su base decennale di circa 4 volte rispetto al Centro-Nord (-5,7% e 1,5%). La perdita di popolazione si concentra nei più giovani, cui fa da contrappunto il maggior peso della popolazione anziana. Intorno al 2035 l’età media della popolazione di Sud e Isole potrebbe superare quella del CentroNord, nel 2011 ancora nettamente inferiore (39 anni contro 43,2 del Centro-Nord). Tali fenomeni inediti, se non governati con urgenza, possono far incamminare il Mezzogiorno verso un’involuzione radicale e molto problematica nella funzionalità e sostenibilità della propria struttura sociale.

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