-

A tu per tu con Bernardo Dell’Osso

Bernardo Dell'Osso
Salute mentale e politiche di assistenza. Di questo e di altro abbiamo parlato con Bernardo dell’Osso Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano

A margine di un interessante convegno sulla salute mentale (La salute mentale al centro delle politiche sanitarie. Lotta allo stigma, miglioramento dei livelli di assistenza e prevenzione dei disturbi mentali, tenutosi in Senato lo scorso 4 aprile, ndr) abbiamo intervistato Bernardo Dell’Osso, Professore Ordinario di Psichiatria all’Università di Milano e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano, relatore al convegno nonché uno dei massimi esperti sul campo, al quale abbiamo chiesto di scattare una fotografia della situazione italiana.

La salute mentale è un argomento delicato e di estrema attualità in quanto tutti gli indicatori suggeriscono una crescita dl fenomeno, soprattutto nei giovani. Quale la motivazione alla base di questo trend?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto qualche anno uno slogan di promozione della salute mentale di grande impatto ovvero “no health without mental health” a rappresentare quanto la salute mentale rappresenti una condizione imprescindibile affinché ciascun individuo sia considerato in salute. Consideriamo inoltre l’importanza della salute mentale non solo in relazione al benessere psicofisico del singolo individuo ma anche del proprio nucleo familiare e della comunità. La realtà è che siamo ancora poco sensibili ad una prospettiva di promozione e valorizzazione della salute mentale, ad un’ottica di screening per problematiche quali la depressione, i disturbi d’ansia, i disturbi correlati ai traumi. Eppure si tratta di condizioni ad alta prevalenza nella popolazione generale, di cui spesso ci si accorge solo dopo lunghi periodi di sofferenza, con  importanti ricadute nella vita lavorativa, familiare e socio-relazionale di quanti ne soffrono. I giovani sono particolarmente interessati da tali problematiche per diverse ragioni: si tratta di una popolazione fragile per definizione, esposta a molteplici fattori stressanti legati ai cambiamenti corporei, alle aspettative familiari sul rendimento scolastico, alla pressione tra pari.

Assistiamo ad un esordio sempre più precoce di queste patologie. Come mai?
Essere stati oggetto di esperienze di bullismo, condizioni traumatiche legate ad abusi emotivi prima ancora che fisici, contesti familiari ad alta emotività espressa, stimoli che attraverso Internet giungono in continuazione dai social media e da altri canali (gioco online), le prime esperienze di utilizzo di sostanze stupefacenti (molto più potenti e pericolose che in passato), stili di vita malsani caratterizzati da obesità, abuso di alcool, scarsa interazione sociale sono solo alcuni esempi in grado di spiegarci come mai molti disturbi del comportamento possano manifestarsi più precocemente rispetto ad alcuni anni fa.

Diamo un nome alle cose: quali sono i disturbi più diffusi in Italia?
I nomi si conoscono fin troppo bene: depressione, disturbo bipolare, panico, disturbi psicotici, disturbi da uso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare, disturbi ossessivo-compulsivi e correlati allo stress come il Ptsd, tanto per citarne alcuni tra i più diffusi.

E’ possibile parlare di prevenzione?
Non solo è possibile ma è sempre più importante e raccomandato farlo. Esistono interventi di prevenzione a vari livelli, dalle campagne di informazione a livello di popolazione generale, a interventi di prevenzione selettiva su individui a rischio o con sintomi sottosoglia, fino all’attuazione di interventi di riconoscimento e trattamento precoce dei primi sintomi di un determinato disturbo.

In un recente convegno lei ha proposto una relazione incentrata sull’accesso alle cure. Quale la situazione in Italia?
Non dissimile da quella di altri paesi europei confrontabili con il nostro in termini sociodemografici e di sviluppo economico: trascorrono purtroppo anni prima che si attivi un efficace percorso di cure, con differenze a seconda dei disturbi presi in considerazione. Peraltro, prima che uno specifico percorso di cure venga proposto occorre che sia stata formulata una diagnosi e che il paziente si sia rivolto ad uno specialista. Passaggi tutti non scontati e che concorrono, quando non attivati in maniera tempestiva e sequenziale, a determinare una maggiore durata di malattia non trattata. Se negli ultimi anni si assiste certamente a una riduzione dei tempi medi di accesso alla cure, la latenza con cui i percorsi diagnostico-terapeutici si realizzano è ancora troppo estesa con conseguenze importanti legate alla mancanza del trattamento nella vita dei pazienti e dei loro familiari.

Come è organizzata la nostra rete di assistenza?
Nel pubblico attraverso servizi ospedalieri e territoriali, articolati nei dipartimenti/centri di salute mentale. E poi c’è un sistema privato sicuramente in forte crescita, ma, per definizione, non accessibile a tutti.

Quale il principale limite del nostro sistema? 
E’ un sistema che va certamente potenziato nelle sue risorse di personale – mi riferisco non solo agli psichiatri e ai neuropsichiatri infantili ma anche al personale infermieristico, agli psicologi, agli educatori, agli assistenti sociali: tutte figure che, a pieno titolo, danno vita a quelle équipes multiprofessionali in grado di fare la differenza nella gestione dei disturbi più complessi.

Quale invece il suo punto di forza?
Il nostro modello di assistenza nel campo della salute mentale, figlio della Legge 180 (1978), è stato e resta un modello di riferimento per molti altri paesi. Dopo 45 anni, i tempi sono tuttavia maturi perché lo stesso venga riformato e adattato alle esigenze attuali, senza volerne in alcun modo disconoscere i principi che lo hanno ispirato.

Sono in molti a suggerire che siano troppo pochi i professionisti nei dipartimenti di salute mentale. È davvero così? E vi sono possibili soluzioni?
Se parliamo delle figure mediche -psichiatri e neuropsichiatri – si tratta di un problema comune anche ad altre specializzazioni mediche, anzi, per la verità, la psichiatria è sempre stata e continua ad essere una specializzazione molto richiesta. Il fatto è che la professione medica in Italia è valorizzata molto meno che in altri paesi in Europa ed è questo il motivo per cui molti medici neolaureati o psichiatri neo-specialisti vanno a lavorare all’estero. Siamo ottimi formatori di medici che sempre più spesso andranno a curare all’estero. La professione medica in Italia all’interno dei servizi del Ssn va certamente rivista ed equiparata per condizioni salariali alla media europea: questo se non vogliamo che si aggravi ulteriormente l’emorragia già esistente di medici in fuga soprattutto dal sistema pubblico, poco attraente e promettente, alle condizioni attuali, per i giovani. Per quanto riguarda la salute mentale il discorso si allarga anche ad altre figure professionali che ho menzionato in precedenza.

Quale ruolo dovrebbe avere la società?
La società deve diventare più attenta e sensibile a promuovere, proteggere e prendersi tempestivamente cura della propria salute mentale. Spesso ne acquisisce contezza solo attraverso i media, quando qualche fatto di cronaca richiama l’attenzione della collettività. O quando qualche familiare si ammala. Campagne d’informazione, lotta allo stigma, interventi di prevenzione nelle scuole, sui giovani, sugli anziani: le iniziative ci sono e possono essere sicuramente rafforzate ma deve esserci la volontà di farlo in misura continuativa e capillare.

Un suggerimento per la classe politica chiamata a riorganizzare l’Ssn?
La salute mentale è patrimonio della collettività, rappresentandone una risorsa insostituibile: investirvi maggiormente non è solo un costo in grado di ridurne altri costi correlati e più onerosi ma è un intervento assolutamente necessario e prioritario nel campo della salute della popolazione generale e di popolazioni più fragili quali i giovani e gli anziani. La salute e il benessere mentale sono affare di tutti.

Print Friendly, PDF & Email